Differenziare per salvare l’agricoltura italiana

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«Difendere le nostre produzioni italiane, per questo ci vuole il sovranismo agricolo». Quest’affermazione è frequente tra molti agricoltori e operatori agroalimentari che invocano il protezionismo per affrontare la competizione dei prodotti provenienti dall’estero.

Eppure ogni volta che c’è una crisi dei prezzi in qualche settore agricolo – e capita frequentemente nel settore dei cereali, dell’olio di oliva, dell’ortofrutta, della carne – si invoca il protezionismo.

Le motivazioni sono note e comprensibili: il prodotto nazionale subisce la concorrenza di paesi dove i costi di produzione sono più bassi, la tutela dei lavoratori è più debole, la burocrazia non ha paragoni con l’Italia, le norme e i controlli ambientali sono decisamente meno rigidi. Allora dobbiamo proteggerci!

È vero che il protezionismo offre qualche vantaggio per gli agricoltori nella produzione di alcune produzioni di cui siamo forti importatori: grano, mais, soia, patate, olio di oliva, carni bovine e ovine.

Ma l’Italia ha una vocazione esportatrice, il valore dei nostri prodotti è fortemente legato alle nostre esportazioni. La nostra vocazione sono i prodotti ad alto valore aggiunto, che alimentano filiere di trasformazione di grande reputazione, dalla pasta al vino, dai formaggi alle carni trasformate (prosciutti, salumeria, bresaola), dall’olio di oliva alle conserve vegetali.

Il futuro della nostra agricoltura è sui prodotti ad alto valore aggiunto, non sarà mai sui costi di produzione.

L’Italia è un paese deficitario per la maggior parte dei prodotti agricole, dipendiamo dall’estero per il 65% di grano tenero, il 30% di grano duro, il 48% di mais e soia, il 47% di carne bovina, il 22% di latte, il 40% di olio di oliva.

Questo è un vantaggio, se si attua una strategia di differenziazione.

Bisogna smettere di difendere le materie prime agricole, perché in Italia non devono esistere “materie prime” agricole, perché saranno sempre “prodotti poveri”.

Tutti i nostri prodotti di base devono essere speciality, perché servono per l’ottenimento di prodotti trasformati differenziati di grande reputazione.

Allora, quale strategia per la nostra agricoltura? Produrre prodotti agricoli sani e sostenibili, identitari, tracciati, trasformati, coniugando l’esigenza di produrre alimenti con quella di rispettare l’ambiente e gli animali, comunicare dati e informazioni ai soggetti a valle della filiera e soprattutto al consumatore.

Quale strategia per la trasformazione e la distribuzione alimentare? Dare valore a tutte le componenti della filiera, in particolare la parte agricola con cui concordare il giusto riconoscimento per il valore dei prodotti, essere competitiva con gli altri paesi del mondo, adeguarsi alle aspettative dei cittadini e al continuo mutamento dei consumi.

Smettere di difendere ciò che non fa parte del Dna della nostra agricoltura.

Bisogna puntare sulla nostra capacità di differenziare, non difendere l’indifendibile. Usando una metafora calcistica, la migliore difesa è l’attacco (la reputazione e la vocazione e esportatrice), non il protezionismo.

Angelo Frascarelli
Università di Perugia

Fonte: www.terraevita.edagricole.it