Dimetoato, cinque strumenti di difesa diversi contro la mosca dell’olivo

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Il 28 ottobre 2020 è scaduta la proroga per l’impiego del dimetoato in olivicoltura. La Commissione europea aveva infatti revocato questa sostanza attiva con una decisione del 26 giugno 2019 ma il governo italiano aveva prorogato l’impiego del dimetoato fino all’ottobre dello scorso anno per consentire la normale difesa dell’oliveto.
La mosca dell’olivo (Bactrocera oleae) è sicuramente l’insetto chiave in olivicoltura in quanto può arrecare seri danni alle produzioni sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. La femmina depone le uova sotto l’epidermide dei frutti e le larve che fuoriescono si cibano della polpa delle drupe.

I danni quantitativi sono determinati dalla diminuzione della polpa in seguito all’azione trofica e alla possibile cascola precoce. In annate particolarmente sfavorevoli l’infestazione può riguardare il 100% delle olive. Mentre i danni qualitativi sono determinati dalla rottura meccanica delle cellule che porta ad un aumento dell’acidità libera e del numero di perossidi, nonché all’avvio di fermentazioni e ossidazioni che in fase di molitura possono causare difetti di avvinato, riscaldo e verme.

Il dimetoato è un insetticida fosforganico ad elevata attività citotropica in grado di devitalizzare le larve all’interno delle olive. Per anni è stato il pilastro della difesa insetticida a causa della sua elevata efficacia curativa (in quanto cura le infestazioni già in corso, colpendo le larve), del basso costo e dell’elevata idrosolubilità.

“Con la revoca definitiva del dimetoato occorre che gli agricoltori passino da una strategia di difesa di tipo curativa ad una preventiva”, spiega Giorgio Pannelli, agronomo, profondo conoscitore dell’olivicoltura italiana.

Per colpire gli adulti è fondamentale però conoscere il ciclo biologico dell’insetto e i fattori ambientali predisponenti.

B. oleae sverna all’interno delle drupe rimaste sugli alberi o al suolo dall’anno precedente e riprende l’attività di volo quando le temperature sono favorevoli, negli areali del Centro-Sud Italia nei mesi di marzo e aprile. La prima generazione, di scarsa consistenza, si sviluppa a scapito delle olive rimaste sulle piante dall’anno precedente.

Quando le olive raggiungono lo stadio di indurimento del nocciolo e le condizioni ambientali sono favorevoli (temperatura di 20-27°C e umidità elevata) le femmine iniziano l’ovideposizione inserendo un uovo per drupa sotto l’epidermide del frutto. Dopo pochi giorni dall’uovo fuoriesce una larva che scava gallerie nel frutto e nel giro di tre settimane si impupa e dà vita ad un nuovo adulto.

Periodi prolungati con temperature elevate (oltre i 33°C) causano la morte della larva, soprattutto se l’umidità dell’aria è bassa. Sono tipici dunque i picchi di popolazione nel mese di giugno luglio e poi in settembre ottobre, quando le temperature calano e sono più frequenti le piogge.

Sarebbe buona norma monitorare l’oliveto già sul finire dell’inverno, non tanto per intercettare la popolazione svernante, quanto per avere una idea sulla pressione dacica nei messi successivi.

La popolazione di mosca deve essere monitorata con l’impiego di trappole specifiche.
Ne esistono di quattro modelli:

  • Cromotropiche gialle.
  • A feromone.
  • Ad attrattivo alimentare.
  • Mix dei precedenti sistemi.

Se ad inizio stagione è inutile intervenire contro la mosca, dal mese di giugno/luglio le aziende in biologico dovrebbero intervenire già con tre/quattro femmine per trappola alla settimana, in modo da non “far sfuggire” la situazione. Mentre per chi opera in convenzionale può monitorare le trappole e quando si constata la presenza delle femmine è possibile intervenire o far seguire anche un monitoraggio delle olive.

Di solito si prendono cento drupe, provenienti da dieci alberi per area omogenea, e si controlla la presenza dei fori di ovideposizione (o la presenza di larve). Se con il dimetoato la soglia di intervento era del 10-15%, poiché il prodotto aveva un effetto curativo, oggi occorre intervenire già ai primi segni di attacco, con il 7-8% di infestazione, soprattutto se si producono olive da mensa.

Premesso dunque che in una strategia di difesa preventiva il monitoraggio di campo è essenziale, gli olivicoltori si possono oggi affidare a cinque metodi di difesa alternativi al dimetoato:

  • Difesa insetticida.
  • Esche insetticide.
  • Trappole massali.
  • Polveri di roccia.
  • Prodotti rameici.

La difesa insetticida. Per le aziende olivicole che operano in difesa integrata sono disponibili alcune molecole autorizzate su olivo contro B. oleae. In particolare ricordiamo l’acetamiprid, il fosmet e la deltametrina.

L’acetamiprid e il fosmet sono due insetticidi (il primo neonicotinoide, il secondo fosforganico) con una buona attività citotropica e abbattente nei conforti della mosca. Entrambi hanno un tempo di carenza di 21 giorni (tranne un formulato a base di acetamiprid che ne ha solo sette), e si possono effettuare al massimo due trattamenti l’anno.

“Il tempo di carenza di 21 giorni limita la finestra di impiego, considerando anche che l’efficacia è di soli 15 giorni. Si può dunque intervenire per coprire l’ultima settimana prima della raccolta con un trattamento a base di deltametrina che ha un tempo di carenza di soli sette giorni o altri formulati con un tempo di carenza simile”.

Le esche insetticide. Una tecnica utilizzabile sia in agricoltura biologica che in difesa integrata riguarda l’impiego di spinosad, un insetticida naturale di origine batterica, abbinato ad una esca attrattiva per la mosca. In commercio ci sono già dei formulati pronti all’uso che devono essere applicati in campo erogando gocce di grandi dimensioni. La miscela attira la mosca che nutrendosi del composto assume l’insetticida e muore.

Sono ammessi al massimo otto trattamenti all’anno. Il prodotto deve essere applicato preferibilmente nella parte alta della chioma esposta a Sud e in maniera localizzata, facendo cioè delle “macchie” e non irrorando tutta la vegetazione.

Le applicazioni, avendo come target gli adulti, devono essere effettuate quando le trappole intercettano i voli in maniera tempestiva, prima che avvenga l’ovideposizione. Il trattamento deve essere ripetuto ogni sette otto giorni.

Le trappole massali. Le trappole hanno il compito di attirare gli adulti di Bactrocera oleae attraverso l’impiego di colori, feromoni o attrattivi alimentari e di eliminarli attraverso l’uso di insetticidi o liquidi e colle che ne impediscano il volo.

“Sono strumenti efficaci solo se adottati a livello di comprensorio, mentre se è la singola azienda ad usarli non sono in grado di controllare l’infestazione”, sottolinea Pannelli. “Anche in questo caso devono essere applicati in campo precocemente, in modo da intercettare i voli degli adulti prima che avvenga l’ovideposizione”.

Il punto di forza di questi strumenti è che possono coprire un lasso di tempo lungo (anche 180 giorni per alcuni modelli) e che sono altamente sostenibili. Il lato negativo è che devono essere usati in numero elevato (da un minimo di cinquanta ad ettaro fino ad uno per pianta) e che quindi richiedono una “logistica” importante, sia in fase di posa che di ritiro e smaltimento.

Le polveri di roccia. Sotto questo termine ricadono molti prodotti come ad esempio il caolino, le bentoniti o le zeoliti. Si tratta di terre che devono essere applicate sulle piante in maniera preventiva e hanno come obiettivo quello di “camuffare” le olive rendendole poco attrattive per le femmine di B. oleae.

Molti studi hanno infatti confermato che la femmina di mosca dell’olivo esegue un preciso rituale nella scelta della drupa, di cui valuta le dimensioni, la consistenza e l’odore. Le polveri di roccia modificano questi parametri scoraggiando la femmina dall’ovideposizione.

“L’efficacia del metodo è ormai comprovata, ma la pecca è che i trattamenti devono essere ripetuti ad ogni pioggia”, sottolinea Pannelli.

I prodotti rameici. Prove di campo hanno dimostrato che trattamenti con agrofarmaci rameici o con concimi fogliari contenenti elevate percentuali di rame sono in grado di scoraggiare l’ovideposizione. Il motivo di tale efficacia è duplice. Da un lato il rame altera gli aspetti organolettici della drupa, camuffandola come fanno le polveri di roccia. Inoltre sembra che il prodotto elimini i batteri simbionti che sono indispensabili alle larve per crescere. La mosca pertanto percepisce che l’ambiente non è idoneo alla deposizione delle uova e si allontana.

Alcuni prodotti rameici hanno una buona resistenza al dilavamento e quindi se ne consiglia l’impiego nei periodi più piovosi, ad esempio in settembre, relegando le polveri di roccia ai mesi estivi. Chi opera in difesa integrata deve ricordarsi di rispettare le quantità annue ammesse di rame, mentre chi opera in biologico può impiegare concimi rameici esclusivamente se vi è una carenza di questo metallo accertata in campo.

Fonte: www.agronotizie.imagelinenetwork.com

Per più complete informazioni vedi anche l’estratto della pubblicazione del CNO “Le fitopatie dell’olivo” del dott. agr. Gabriele Verderamo MOSCA DELL’OLIVO