E’ record storico negativo: solo 175 mila tonnellate prodotte

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Le ultime stime Ismea, sulla base dei dati dichiarativi, attestano la produzione italiana ai minimi degli ultimi decenni con 175 mila tonnellate, -59% su base annua.

Peraltro, a differenza di annate normali, in molte aree già a dicembre i frantoi avevano chiuso i battenti, mentre altri non hanno neanche iniziato le attività.

Sono state le regioni del Sud quelle che hanno risentito maggiormente della scure produttiva a partire dalla Puglia per la quale si stima una riduzione del 65%, ma anche per Calabria, Sicilia e per quasi  tutte le altre regioni centro-meridionali le flessioni sono particolarmente pesanti.

Situazione diametralmente opposta nel Centro-Nord con i notevoli recuperi di Toscana, Umbria e Liguria uniti a quelli delle altre regioni del settentrione.

Le disponibilità a livello mondiale stanno facendo procedere i prezzi su un doppio binario. Da una parte i listini italiani dell’extravergine sono cresciuti durante la campagna fino a sfiorare i 6 euro al chilo, mentre quelli dei principali competitor restano “calmierati” grazie all’abbondante produzione spagnola.

Già dall’inizio dell’estate, quando era ormai chiaro che la produzione sarebbe stata scarsa, i listini dell’extra italiano hanno invertito la tendenza flessiva registrata fino a maggio. Da giugno in poi i listini medi hanno, quindi, ripresa a salire in maniera consistente passando da 4,04 euro al chilo a 5,60 registrati a dicembre con un incremento che ha sfiorato il 40%.

Nel Barese si è tornati a fine 2018 a sfiorare i 6 euro al chilo, livello toccato già agli inizi del 2015 e agli inizi del 2017, anche in quel caso a seguito della scarsa produzione. Anche in Calabria i prezzi alla produzione in dicembre si sono attestati sopra i 5,35 euro al chilo, mentre in Sicilia sono stati superati abbondantemente i 7 euro al chilo.

Solo verso fine febbraio si è iniziato ad avere qualche segnale di cedimento dei listini che in aprile sono tornati in media sotto i 5,65 euro al chilo e questo a causa sia della pressione dell’abbondante produzione spagnola sia del progressivo esaurimento delle partite di qualità più elevata.
Diametralmente opposto il discorso per la Spagna e discorso analogo per l’extra greco e tunisino che, come di consueto, seguono le tendenze iberiche.

Nel segmento degli oli a denominazione d’origine (IG), come di consueto, non si registra una tendenza univoca. N

el 2018, quando i prezzi dell’intero settore sono mediamente scesi, anche la maggior parte degli oli IG ha mostrato flessioni importanti a partire dagli oli pugliesi, Terre di Bari e Dauno, sostanzialmente in linea con il prodotto convenzionale degli stessi territori. Situazione analoga in Sicilia, mentre in Calabria si sono avute tendenze alterne. Discorso diverso per Toscana e Umbria dove le produzioni 2017 non erano state così abbondanti e i listini si sono mossi al rialzo. Al Nord, bene anche la DOP Garda mentre la DOP Riviera Ligure ha subito una battuta d’arresto.

L’analisi si presenta pressoché ribaltata per i primi quattro mesi del 2019. Infatti, con i prezzi medi dell’extravergine in netto aumento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, le IG pugliesi e siciliane mostrano degli incrementi piuttosto significativi a causa della scarsa produzione mentre la DOP Umbria e la Toscano IGP segnano il passo perché nelle due regioni la produzione è stata piuttosto buona e c’è quindi disponibilità.