Glifosate e bugie

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Quando si decide che qualcosa è rischioso per la salute e si riesce a farlo passare al grande pubblico, può accadere un fatto pericoloso: e cioè che, per compiacere il pubblico, pure i ricercatori e la stampa facciano di tutto per rafforzarne le convinzioni, contribuendo così ad un disastroso rinforzo di preconcetti sbagliati.

Sta accadendo così con un erbicida, il glifosate, accusato di essere responsabile di ogni nefandezza anche a causa del lavoro di cattivi ricercatori, che utilizzando armi quali la correlazione spuria producono la favola di una molecola che causerebbe di tutto, dalla calvizie al cancro.

L’ultimo lavoro pubblicato su Scientific Reports (e non su Nature) ripreso dalla nostra stampa nazionale con grande enfasi afferma che nei ratti il glifosate avrebbe effetti sulle generazioni future, causando una serie di problemi molto seri alla salute.

C’è da dire che la stampa nazionale, in questo caso, non può essere accusata univocamente di cattivo giornalismo: a creare il caso hanno contribuito infatti i comunicati stampa della stessa università dove lavora il gruppo di ricerca che ha pubblicato l’articolo.

Tuttavia, bisogna che stampa e pubblico imparino una fondamentale lezione: la pubblicazione su una rivista scientifica non implica affatto che un lavoro sia definitivo o che qualcosa sia provato. Tra l’altro, questo lavoro è stato finanziato da una fondazione già nota per finanziare pseudoscienza, per esempio sul clima e sulle cellule staminali.

In ogni caso, gli articoli scientifici bisogna leggerli, e bisogna avere le competenze per farlo; non acriticamente utilizzarli come clava nelle proprie lotte ideologiche.

E’ proprio quello che abbiamo fatto con i colleghi del gruppo SeTA per il lavoro in questione, ed abbiamo scoperto non solo che è falso, ma pure che il gruppo di ricerca che lo ha scritto non è nuovo a pubblicare dati inaffidabili o manipolati.