“Il prodotto che ci rappresenta” di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food

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In piazza Monte Citorio, ai cori di protesta dei pastori sardi si è aggiunta la voce degli olivicoltori italiani che, seppure per motivi diversi, stanno affrontando una situazione altrettanto difficile.

Una crisi a lungo ignorata e che necessita di essere affrontata il prima possibile: la produzione di olio extravergine d’oliva italiano in fortissimo calo.

Da un lato le gelate che, durante la ripresa vegetativa della scorsa primavera, hanno bruciato le gemme, impedendo agli alberi di fruttificare, dall’altro l’avanzamento di xylella fastidiosa, il batterio killer che ha devastato gran parte delle colture meridionali.

Il risultato è che l’olio prodotto è pari a meno della metà rispetto alle altre annate e che – di contro – il prezzo è salito alle stelle, rendendolo ancor meno competitivo.

Accanto al latte, è necessario interrogarsi anche sul ruolo che questo prodotto ha avuto, ha ed avrà nel nostro Paese.

Se dovessi scegliere un alimento che riesca a reppresentare la bellezza e l’anima del territorio italiano, considererei l’olio d’oliva il candidato perfetto: non solo per il ruolo indispensabile che da sempre gioca sulle nostre tavole, ma anche per la sua capacità di essersi esteso, adattato e declinato da Pantelleria al Garda, inconfondibile e mai uguale a se stesso.

Il merito di questa straordinaria diffusione va all’instancabile lavoro di generazioni intere di contadini che hanno saputo acclimatare l’olivo in quasi tutto il territorio nazionale, dando vita ad economie locali fatte di complessi rapporti tra olivicoltori, frantoiani e mercanti, detrminando usi e costumi tramandati nel tempo.

Per questo motivo parlare di olio significa parlare di storia, di territori, di paesaggi, di persone e di biodiversità e per questo, anche in questo caso, non si può rimanere indifferenti.

Si tratta di un problema che non solo mette in ginocchio un mestiere, migliaia di posti di lavoro ed intere famiglie, ma che rappresenta un vulnus più profondo.

Le questioni in ballo sono molteplici: da un lato le istituzioni che non implementano una strategia nazionale capace di tutelare chi produce questo oro – verde o giallo che sia – dall’altra i consumatori che, giustificati dalla difficoltà a navigare in un mare di proposte poco chiare ed affascinati dal prezzo basso, non sempre fanno le scelte giuste.

Inoltre, dati alla mano, l’Italia non è in grado di soddisfare la domanda interna. Per il semplice fatto che nel nostro Paese si produce molto meno olio di quanto ne viene consumato ed esportato.

E poi, com’è possibile che un olio italiano al 100% riesca a costare meno di 3,00 € quando tra coltivazione, trasformazione e packaging il costo ammonta ad almeno 5,00 €?

I conti non tornano e c’è chiaramente qualcosa che non quadra.

Non è l’origine straniera a rappresentare un male a priori, sia ben chiaro: non è un problema legato a ragioni nazionalistiche e di chiusura nei confronti dell’altro, bensì ad un ragionamento legato alla tracciabilità, alla qualità ed alla sostenibilità ambientale, economica e sociale.

La qualità dell’olio dipende dalla cultivar, dalla lavorazione in campo, dall’estrazione, dal trasporto e dalla conservazione: in qualsiasi parte del mondo olivicolo è possibile ottenere olii eccellenti, e tanti ce ne sono in Tunisia, Spagna e Turchia.

Il nonsense di importare olive ed olio dall’estero è legato ad un trasporto che produce anidride carbonica, diminuisce la freschezza e la tracciabilità del prodotto e non in ultimo, taglia i legami con un territorio, il nostro, che tra l’altro presenta condizioni pedoclimatiche perfette per una coltivazione del genere.

Il problema vero sorge quando quest’olio (che sull’etichetta recita ‘proveniente dall’Unione Europea’ e/o ‘extra UE’) venduto sul mercato globale, è un prodotto omologato ottenuto dalla miscelazione di olii di diversa provenienza, di cui la tracciabilità è praticamente impossibile e che riesce a spuntare prezzi al consumo incompatibili con i costi di una produzione attenta alla qualità dell’intero processo.

Accanto a queste problematiche di mercato, spesso, com’è successo quest’anno, il settore deve fare i conti con le sue caratteristiche strutturali: il suo essere fragile e sensibile alle variabili esterne come clima e malattie.

In un contesto del genere il ruolo dello Stato diventa più chemai importante, e gli olivicoltori chiedono proprio questo: provvedimenti adeguati che diano loro strumenti per affrontare queste sfide, salvando uno dei più vasti patrimoni di biodiversità del mondo.