Innesto dell’olivo, tre consigli

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L’olivo (Olea europaea sativa) è una pianta che nella moderna agricoltura viene propagata in vivaio per talea. Sono infatti limitate le motivazioni di carattere agronomico e fitosanitario che potrebbero spingere il vivaista ad effettuare un innesto per moltiplicare una cultivar di olivo.
“In generale l’olivo ha una buona attitudine all’autoradicazione e dunque dovrebbe essere moltiplicato per talea. Ci sono invece alcune cultivar recalcitranti a questa tecnica, specialmente di olive da mensa, per le quali il vivaista è costretto a ricorrere all’innesto in vivaio”, spiega Salvatore Camposeo, professore di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree presso l’Università degli studi di Bari.

“L’altro motivo che può spingere, invece, un olivicoltore ad effettuare un innesto in campo è il caso in cui si voglia superare un problema fitosanitario, come quello rappresentato da Xylella fastidiosa pauca. Altre motivazioni razionali non ce ne sono, anche perché ad oggi l’olivo non ha portinnesti degni di questo nome”.

Già, perché recenti studi hanno dimostrato che cultivar tradizionali pugliesi, come la Coratina, se innestate con cultivar resistenti, come Favolosa o Leccino, resistono al batterio Xylella fastidiosa. E in areali infetti vi sono non pochi esempi aziendali di innesto su cultivar sensibili, come la Ogliarola salentina e la Cellina di Nardò.

“In questo caso si parla di reinnesto, quando cioè bisogna cambiare cultivar in un impianto adulto in pieno campo”.

Tuttavia reinnestare un intero impianto non è cosa da poco conto. E dunque prima di procedere bisogna prestare attenzione a tre elementi che devono essere attentamente valutati prima di prendere in mano sega e coltello.

Prima di tutto bisogna accertarsi che l’albero sia sano. Se un olivo è già stato attaccato dal batterio della Xylella fastidiosa le possibilità che l’innesto riesca a salvare la pianta sono basse.

In secondo luogo occorre considerare se c’è una convenienza economica al reinnesto. In molti casi l’eradicazione completa e la messa a dimora di un nuovo oliveto è la scelta migliore dal punto di vista dell’investimento e dei risultati.

“È l’agricoltore che deve valutare attentamente costi e benefici di reinnestare un intero impianto”, sottolinea Camposeo. “Non è detto che salvare alberi centenari abbia sempre senso. Lo ha solo se rappresentano una fonte di guadagno per l’agricoltore”.

Infine bisogna decidere la tecnica di innesto. “Da un punto di vista agronomico c’è differenza tra effettuare un reinnesto sulle branche primarie o secondarie. Parallelamente bisogna fare una considerazione di tipo economico”, sottolinea Camposeo.

“Più si reinnesta in basso, cioè su branche secondarie e primarie, più si riducono i costi di manodopera, in quanto si devono eseguire minori lavorazioni. Ma in questo caso all’albero servirà più tempo, anche quattro-cinque anni, per rigenerare la chioma e tornare ad essere produttiva. Se gli innesti vengono invece fatti sulle branche terziarie il tempo di risposta dell’albero sarà veloce e tornerà produttivo anche nel giro di due anni. D’altro canto, però, i costi di reinnesto saranno certamente più alti”.

Tradizionalmente la tipologia di innesto che si è rivelata essere maggiormente efficace è quella ‘a gemma’ o ‘a marza’.

Gli innesti ‘a gemma’ sono molto praticati in frutticoltura, non solo in olivicoltura, perché garantiscono elevate percentuali di attecchimento. La gemma prelevata dalla nuova cultivar viene inserita in una apertura della corteccia dell’olivo effettuata con il coltello.

Anche gli innesti ‘a marza’ sono piuttosto diffusi in frutticoltura. Si utilizzano porzioni di rami di un anno con almeno due o tre gemme che si inseriscono in una branca d’olivo recisa.

Ultimamente sono comparse ‘nuove’ tecniche di innesto come quella con il trapano che prevede di praticare un foro nella corteccia della branca per poi inserire una marza.

Quando si innesta valgono poi i consigli di carattere generale. Uno importante riguarda sicuramente il fatto di utilizzare lame di taglio ben affilate e sterilizzate con prodotti rameici (come l’ossicloruro di rame) per evitare il diffondersi della rogna dell’olivo. Una malattia causata da un batterio (Pseudomonas savastanoi) che penetra nei tessuti della pianta proprio attraverso ferite come quelle causate dai tagli di potatura o di innesto.

Bisogna poi scegliere il momento giusto, e cioè la primavera (aprile-maggio). In questo periodo infatti la pianta è ‘in succhio’, ha cioè una circolazione della linfa accelerata. In queste condizioni l’innesto avviene con maggiore facilità.