L’olio d’oliva cattivo scaccia quello buono: 2,65 euro al litro per il 100% italiano

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Una differenza prezzo di 4 euro/kg tra l’extra vergine italiano e quello spagnolo non è concepibile. Con l’extra vergine iberico ormai destinato a scendere sotto i 2 euro/kg, l’extra vergine italiano non può restare incollato ai 6 euro/kg.

Bisogna riportare a più miti consigli gli olivicoltori e i frantoiani italiani. Questa ormai è la voce che si sta spargendo tra imbottigliatori e industriali.

Certo non lo si può fare se l’olio italiano viene venduto tutto e allora bisogna lasciarlo nelle cisterne, finchè non si trova qualcuno che debba svendere, dando luogo a una manovra speculativa al ribasso che porti la quotazione dell’olio italiano sotto i 3-3,5 euro/kg.

Le prime prove di olio nazionale a prezzi stracciati già si vedono sugli scaffali della Grande Distribuzione. Si tratta spesso di oli vecchi o partite molto limitate, comunque operazioni utili a danneggiare l’immagine dell’extra vergine nazionale, portandolo su una scala di valori decisamente più bassa dell’attuale.

Tutto è pronto per il grande piano di svendita dell’olio nazionale, a partire da un mondo olivicolo spaccato e con un livello di litigiosità mai visto.

ItaliaOlivicola, con Unapol e Aifo, sono impegnate da mesi, grazie a Finoliva e Alce Nero, a trovare nuovi sbocchi commerciali che possano rompere il monopolio del mondo del commercio e dell’industria olearia, e sono pronte a fare le barricate contro una discesa verticale delle quotazioni.

Un piano partito da lontano, con le 100 mila tonnellate di olio fantasma nazionale scomparse miracolosamente in meno di due mesi tra settembre e novembre 2018, per ricomparire sotto forma di olio spagnolo ma 100% italiano secondo le carte, nelle cisterne di industriali e imbottigliatori in Spagna e Stati Uniti. La delocalizzazione degli stabilimenti aiuta a mascherare anche piani speculativi e truffe.

La seconda parte del piano prevede di diminuire sostanzialmente gli acquisti di olio nazionale, come effettivamente sta avvenendo, per lasciare in giacenza non meno di 50 mila tonnellate di olio prima della prossima campagna olearia che, se rispetterà gli auspici, potrebbe essere da 400 mila tonnellate.

Un quantitativo complessivo che sarebbe sufficiente a innescare l’effetto surplus, con conseguente discesa delle quotazioni.

Le prove sono sotto gli occhi di tutti, nei report Frantoio Italia della Repressione Frodi.
Da inizio anno si vendono, con una regolarità che desta qualche sospetto, 8.000 tonnellate al mese di extra vergine nazionale.
Al 15 aprile erano disponibili 93 mila tonnellate, al 30 aprile erano 89 mila e al 15 maggio 85 mila.

Secondo quanto risulta a Teatro Naturale delle 8.000 tonnellate vendute ogni mese almeno la metà sono riconducibili a frantoiani e olivicoltori, oltre a cooperative e organizzazioni dei produttori, che hanno venduto direttamente il prodotto.

Solo la metà, circa 4.000 mila tonnellate al mese, sono comprate e vendute dal mondo industriale e del commercio. D’altronde, ormai la quota di mercato dell’olio 100% italiano sul suolo nazionale è del 5%. Era pari all’8% nel 2018.

Evidente, quindi, che il mondo del commercio e dell’industria olearia non scommette più sull’extra vergine nazionale ed eventuali alleanze solo solo tattiche, volte a eliminare polemiche e diatribe su truffe e contraffazioni che rovinano il mercato, diminuendo i volumi di vendita.

Per le aziende olearie fare volumi è infatti questione di sopravvivenza, visto che i margini operativi (ovvero l’utile) sono inferiori al 2% con livelli di indebitamento che non consentono una politica di valorizzazione se non su una percentuale esigua del commercializzato.

Il mondo dell’industria e dell’imbottigliamento ha già dato scacco a quello della produzione.