L’olivicoltura italiana può rinascere

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L’olivicoltura nazionale è in agonia ed in Puglia vicina alla morte. Eppure i nuovi oliveti hanno una redditività superiore a molte colture alternative, se concepiti con moderni criteri

La produzione media dell’olivicoltura italiana negli anni dal 2010 al 2018, è diminuita del 33% rispetto ai due decenni precedenti, a fronte di un aumento dei consumi e della produzione a livello mondiale rispettivamente del 42% e del 38% (dati COI).

Perchè accade questo all’olivicoltura italiana? Tre i motivi: i contributi troppo elevati della PAC, la scarsa imprenditorialità degli olivicoltori e l’imbalsamatura giustificata dalla tradizione.

I costi superano ampiamente i ricavi e la redditività è negativa per il 90% degli olivicoltori. Questa instabilità è ulteriormente aggravata dalla scarsa propensione ad assicurare il raccolto, la gestione delle malattie è occasionale e quella dell’oliveto è poco professionale.

Molti oliveti sono abbandonati oppure gestiti al minimo richiesto dalla condizionalità prevista dalla PAC.

Senza quantità, la qualità non basta o basta per mercati di nicchia.

Nonostante questo scenario, i nuovi oliveti hanno una redditività superiore a colture alternative, se concepiti con criteri di gestione moderni: incremento della densità d’impianto, gestione professionale del suolo, dell’irrigazione, della fertirrigazione e del controllo delle avversità, meccanizzazione adeguata per potatura e raccolta, gestione associata.

Così si possono avere quantità, qualità, tracciabilità d’origine, ambiente, paesaggio, territorio e varietà locali.

Dopo avere remunerato la manodopera, la redditività degli oliveti così condotti raggiunge mediamente 800 €/ha.

Requisito fondamentale della nuova agricoltura è l’irrigazione. Senza essa oggi non è praticabile alcuna coltura.

L’olivicoltura italiana necessita di innovazione con una via italiana e non spagnola, dando vita ad un’oliviocltura di quantità, qualità, con garanzia d’origine, capace di creare fatturato, occupazione ed un bel paesaggio.

Si deve e si può tornare a piantare ulivi.

prof. Angelo Frascarelli – Università di Perugia