Nuova olivicoltura e conservazione della biodiversità

192

Tra i Paesi olivicoli, dopo la Spagna, l’Italia occupa stabilmente il secondo posto, anche se nella campagna 2016/2017 è scivolata alla terza posizione, dopo la Grecia. A determinare il crollo della produzione, oltre all’annata di scarica, sono stati gli effetti negativi determinati dal pessimo andamento meteorologico.

In realtà è da circa 20 anni che nell’olivicoltura italiana si registrano carenze di produzione,tanto che per soddisfare la domanda complessiva di olio il nostro Paese importa ingenti quantitativi di olio, soprattutto dalla Spagna.

Le leve strategiche individuate per il rilancio dell’olivicoltura nel nostro Paese fanno perno, dal punto di vista agronomico, sull’innovazione del sistema produttivo.

Per l’olivicoltura si rende necessario aggiornare i criteri agronomici cui fare riferimento per progettare e gestire i nuovi impianti, che non possono prescindere da alcuni requisiti fondamentali quali:

  • breve periodo improduttivo,
  • elevate produzioni unitarie,
  • costanza di produzione
  • riduzione dei costi di produzione.

Per soddisfare i suddetti obiettivi non si può prescindere dal processo di intensificazione degli impianti che devono comunque consentire la meccanizzazione integrale della raccolta.

Il modello superintensivo non sembra quello più adatto per l’olivicoltura italiana. L’esiguo panorama varietale che si adatta a questa tipologia d’impianto comporterebbe infatti la perdita di una gran parte della biodiversità olivicola e dei relativi prodotti, molti dei quali tutelati da marchi di riconoscimento collettivi (Dop, Igp).

Malgrado l’Italia vanti un ampio patrimonio genetico che rappresenta un notevole valore aggiunto in termini di tipicità ed esclusività del prodotto, risulta necessaria una estesa e coordinata attività di ricerca per individuare, nei diversi distretti olivicoli, le cultivar autoctone adatte ai modelli colturali intensivi.

A proposito della grande biodiversità italiana, il direttore esecutivo del COI, Abdellatif Ghedira, e il capo dell’unità di tecnica e ambiente del COI, Abdelkrim Adi, stanno lavorando perché l’Italia abbia riconosciuta dal Consiglio Oleicolo Internazionale nel 2020 la propria collezione del germoplasma olivicolo internazionale.

Quella Italiana, che verrebbe presentata al COI si aggiungerebbe alle altre collezioni già riconosciute di Cordoba (Spagna), Marrakech (Marocco) e Izmir (Turchia).

Per l’Italia sarebbe un riconoscimento importante perché la caratterizzazione del germoplasma olivicolo, è la premessa per contribuire a migliorare a livello mondiale la qualità delle olive e le caratteristiche compositive ed organolettiche degli oli extra vergine di oliva prodotti.