Olivicoltura, quale tipologia d’impianto?

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I principali problemi strutturali dell’olivicoltura italiana sono noti: impianti vetusti in territori marginali ed una importante frammentazione aziendale.

Gli oliveti sono ancora oggi prevalentemente di tipo tradizionale con una bassa densità d’impianto, circa 100 alberi/ha, coltivati in asciutto, alberi vecchi ed in stato sanitario precario, chioma a vaso/globo. La meccanizzazione è veramente modesta con un grande impiego di manodopera e complessivi alti costi di gestione.

E’ chiaro, quindi, come per giungere ad una migliore remunerazione si debba passare, inequivocabilmente, dall’innovazione del sistema produttivo.

Nelle nuove aree olivicole – Argentina, Australia e USA – l’80% degli impianti sono superintensivi.

Questi impianti con allevamento degli alberi a parete o a siepe prevedono da 1.000 a 2.000 piante per ettaro, una completa meccanizzazione della raccolta (un ettaro in meno di 4 ore con 2 soli operatori), un ingresso in produzione veloce ed alta produttività. Al contempo si ha un elevato costo iniziale che può arrivare a 8.000 €/ha, la necessità di ampi terreni pianeggianti o con leggera pendenza, la necessità d’irrigazione.

Ancora non si è sicuri dell’ottimale sesto d’impianto e della varietà più idonea ed il modo con cui gestirla per mantenerla a lungo in produzione.

Certamente, la precoce entrata in produzione e la bassa vigoria sono fondamentali. Le varietà oggi usate sono l’Arbequina, l’Arbosana, la Koronokeiki e la Sikitita ed è da ricordare che nel superintensivo la produttività non è per pianta ma per metro lineare.

Questo modello, però, non sembra il più idoneo per l’olivicoltura italiana.

Le poche varietà, sopra citate, adatte a questo tipo d’impianto porterebbero alla scomparsa di una grande parte della biodiversità olivicola, punto centrale delle numerose DOP ed IGP italiane.

E, per capire cosa significa biodiversità, alcuni numeri: in Italia, 25 varietà coprono il 58% della superficie olivetata nazionale; in Spagna, 5 varietà ne coprono il 90%; in Grecia ed in Spagna, 3 varietà ne coprono più del 90%; in Marocco, praticamente una sola varietà per il 100%; in Tunisia, 3 varietà ne coprono l’85%.

Questo vuol dire che l’Italia olivicola non può non valorizzare la sua biodiversità, ovvero quel magnifico patrimonio genetico che dà vita e valore ai tanti diversi profumi e sapori dell’olio italiano, ma vuol dire anche che non può ignorare gli impianti intensivi per traguardare la sospirata sostenibilità economica.