Pac, uno studio rivela i paesi più avvantaggiati

176

Riportiamo la sintesi di un articolo a firma di Ermanno Comegna, incentrato su uno studio degli effetti della PAC post 2020, a dir poco sorprendenti

Un recente studio realizzato dal Center for Global Development ha misurato il livello complessivo di sostegno che, tramite la PAC, è assicurato ai diversi Paesi membri.

Ad essere maggiormente avvantaggiati, con un livello di sussidi più elevato, sono i Paesi di nuova adesione della UE e cioè quelli dell’Europa centrale ed orientale, i quali invece si ritengono penalizzati.

Nel corso di una recente audizione al Senato, Giuseppe Blasi, direttore del dipartimento delle politiche europee e internazionali e dello sviluppo rurale del MIPAAF, ha affrontato tale questione che potrebbe riservare brutte sorprese per gli agricoltori italiani.

In gergo tecnico la controversia è indicata con il termine di “convergenza esterna” che altro non è se non una manovra, da eseguire nell’ambito della riforma PAC post 2020 in discussione, il cui effetto finale è di portare verso il completo livellamento (desiderio dei paesi dell’Europa centrale e orientale) o verso un avvicinamento ( auspicio italiano), l’importo dei pagamenti diretti per ettaro a favore degli agricoltori.

Il tema della convergenza esterna è poco conosciuto in Italia. Così non è, ad esempio, in Polonia, dove, durante le ultime elezioni politiche, il partito vincitore che ora guida il governo ha utilizzato la convergenza esterna come uno slogan nella propria campagna elettorale.

Blasi ha fornito due dati piuttosto eloquenti. La proposta di convergenza esterna parziale, formulata dalla Commissione UE a metà 2018 comporterebbe per l’Italia una perdita di 238 milioni di euro. Nel caso invece prevalesse l’ipotesi di allineamento, la perdita per il nostro Paese salirebbe a 6 miliardi di euro.

Non resta dunque che difendersi dalle pretese dei nostri partner europei.

Gli analisti hanno utilizzato la metodologia messa a punto dall’OCDE, con la differenza che l’hanno applicata non solo all’Unione Europea nel suo complesso, ma a tutti i 28 Stati membri individualmente.

Sono stati presi in considerazione le diverse forme di sostegno pubblico, le politiche di sviluppo rurale e le misure di mercato. In quest’ultima categoria rientrano le barriere all’importazione.

Il rapporto conduce ai seguenti stupefacenti esiti:

  • Il livello di sostegno ai produttori è pari al 18,4% del valore della produzione agricola per l’intera Unione Europea.
  • Il livello dell’indicatore registra un valore minimo per l’Olanda (3,6%) e massimo per la Lettonia (29,5%).
  • Tutti i paesi dell’Europa centrale ed orientale hanno valori di sostegno pubblico in rapporto alla produzione agricola superiore rispetto alla media Ue, fatta eccezione della Polonia (16,6%).
  • L’Italia si colloca nella metà bassa della graduatoria, con un coefficiente del 16,1%.
  • Gli autori del rapporto (si veda qui: https://www.cgdev.org/sites/default/files/Mitchell-EU-Ag-Subsidies-Final_0.pdf) notano come molti convinti tradizionali sostenitori della spesa agricola, come l’Irlanda, il Lussemburgo, l’Italia e la Polonia, sono tutti collocati al di sotto del valore medio. La Francia è appena al di sopra; mentre la Germania è nella parte più bassa.

La conclusione cui arriva lo studio è che la politica agricola europea anzichè essere “comune” è in realtà “non comune” ed è un ostacolo alla libera concorrenza.

Le richieste dei paesi dell’Europa centrale ed orientale di rendere omogenei il loro livello per l’intera UE non sono giustificate, anzi andrebbero ad accentuare un disequilibrio che già oggi è a loro favore.”