Psr, lo scontro tra regioni sul Feasr passa di mano

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Il tentativo delle regioni del Centro-Nord Italia di ottenere molti più fondi Ue per i Programmi di sviluppo rurale nel periodo transitorio 2021-2022 dal Fondo europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale e dal Next generation EU – una torta da circa 3,9 miliardi di euro – ha subito ieri una battuta d’arresto nella Commissione politiche agricole della Conferenza Stato-Regioni.
Non è passata la proposta di mediazione dell’assessore alle Politiche agricole della Regione Campania, formulata a nome delle regioni del Sud, ma le regioni del Centro-Nord, finite sotto il fitto fuoco di sbarramento di Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia e Calabria con l’appoggio della Regione Umbria, pur in maggioranza, non sono pervenute al voto. Ora le proposte di riparto saranno al vaglio della Conferenza dei presidenti di Regione.

Ampio il fronte a favore dei nuovi criteri: tutte le regioni sviluppate a meno dell’Umbria, più le tre regioni in transizione – Abruzzo, Molise e Sardegna.

Le cinque regioni meno sviluppate, che hanno proposto di rinviare la decisione sui criteri di riparto del Feasr al periodo di programmazione 2023-2027, con l’applicazione del criterio basato sul principio di competitività proposto da Veneto ed Emilia Romagna, perderebbero la metà dei fondi europei rispetto all’applicazione del criterio storico corretto del 2014.

Con l’aggravante che in tal caso rimarrebbero alle regioni del Nord anche possibili congrue quote di cofinanziamento nazionale – di Stato e regioni – pensate nel 2014 per compensare parzialmente la maggiore generosità del Feasr verso le regioni del Sud.

Un trasferimento netto delle future risorse di Feasr e Next generation EU da Sud a Nord contrario non solo all’invarianza normativa del Regolamento (Ue) 2013/1305 – che fissa precisi tetti massimi di partecipazione del Feasr alla spesa pubblica dei Psr – stabilita nel Regolamento della transizione Ue 2020/2220, ma in netto contrasto anche all’obiettivo del 34% di fondi pubblici da destinare al Sud fissato dalla legge 27 febbraio 2017 n.18.

A fronte di questo, vale la pena ricordare che attualmente le regioni meno sviluppate totalizzano il 40,1% delle risorse tra Feasr e cofinanziamento nazionale, in virtù proprio dei vigenti principi di riequilibrio territoriale della spesa pubblica.

La Campania e le regioni del Mezzogiorno respingono la proposta delle regioni del Nord. L’agricoltura del Sud non può pagare un prezzo così alto nel riparto delle risorse Feasr”. Lo ha dichiarato Nicola Caputo, assessore all’Agricoltura della Regione Campania.

“La ripartizione delle risorse Feasr, rese disponibili dal regolamento transitorio per le annualità 2021 e 2022, devono essere allocate alle regioni e province autonome secondo i medesimi criteri utilizzati nell’attuale periodo di programmazione – spiega ancora Caputo -. Il criterio di riparto presentato dal blocco delle 15 regioni del Nord è fortemente sperequativo perché non solo avvantaggia fortemente queste regioni ma, soprattutto, perché non è coerente con gli obiettivi della politica dello sviluppo rurale”.

“Con i colleghi delle Regioni Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia ed Umbria – spiega ancora Caputo – abbiamo infatti ritenuto opportuno riaffermare il criterio storico per la ripartizione del Feasr per il prossimo biennio, perché coerente con le decisioni assunte nel passato, con la ripartizione effettuata dall’Europa tra gli Stati membri e con il sistema dei conti pubblici territoriali. Per queste ragioni non appare possibile che lo si rimpiazzi con pochi e semplici criteri di ripartizione esclusivamente collegati al parametro della competitività”.

Nella proposta del Sud c’è, peraltro, un’apertura sulla prospettiva che guarda al 2023-2027: “Se si vuole discutere dei nuovi criteri – conclude Caputo – noi non ci sottrarremo, ma questa discussione andrà fatta a partire dal 2023 e comunque nel più generale contesto di tutta la Politica agricola comune, primo pilastro e tasso di cofinanziamento nazionale”.

Questo passaggio delle dichiarazioni di Caputo è fondamentale, e non solo perché non chiude alle Regioni del Centro-Nord sulla prospettiva del 2023, ma perché svela i caratteri dell’accordo che intervenne all’unanimità nella Conferenza Stato-Regioni del 16 gennaio 2014. Un accordo stipulato sui criteri storici corretti, che fu bilanciato dalle concessioni fatte alle regioni del Nord – titolari del 75% della spesa sul primo pilastro.

“Una eventuale modifica dell’accordo del 2014 per i soli criteri di riparto del Feasr – è scritto in un documento firmato dagli assessori delle Regioni del Sud e dell’Umbria – sarebbe da ritenere inammissibile, in quanto non rispettosa dei termini allora fissati perché tralascia di mettere in discussione anche eventuali modifiche delle condizioni riguardanti il primo pilastro Pac”.

“In particolare – continua il documento – l’ipotesi di accordo del 2014 prevedeva che fossero soddisfatte anche una serie di condizioni (ndc: importanti e variegate)“.

Motivo per il quale la proposta del Sud è di mantenere gli attuali criteri di riparto del Feasr fino al 2022, ma dal 2023 si possono cambiare solo mettendo in discussione il primo pilastro della Pac. Ora la discussione è ai presidenti delle regioni che dovranno decidere, e in fretta, cosa fare.

Fonte: www.agronotizie.imagelinenetwork.com