Punteruolo dell’olivo: ora temibile anche per le produzioni toscane

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Rilanciamo l’interessante e prezioso articolo del professor Bruno Bagnoli, già pubblicato su www.georgofili.info

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Difficile, almeno per me, rimanere insensibili al fascino morfo-biologico degli insetti e di alcuni di loro in particolare, utili o temibili che siano. Ancor più difficile accoppiare qui e ora, in presenza delle troppe crisi nazionali, internazionali e planetarie, fascino e dannosità potenziale di un piccolo grande coleottero associato all’olivo: piccolo per dimensioni, grande per coevoluzione.
È questo il caso di Rhodocyrtus cribripennis (Coleoptera Curculionoidea Rhynchitidae), originariamente descritto nel 1869 da Jules Desbrochers des Loges col nome di Rhynchites cribripennis.
Di detto rinchitide (o attelabide che dir si voglia), grazie alla gentile segnalazione degli amici Alessandro Tincani, Claudio Capitani e Alessandro Rapezzi (tecnici della O.P. OL.MA, Grosseto) ho verosimilmente avuto modo di intercettare una nutrita popolazione nell’area olivicola di Roselle (GR) ai primi di luglio. L’ avverbio “verosimilmente” è d’obbligo, essendo in corso verifiche tassonomiche morfo-biomolecolari.
R. cribripennis (in sinonimia, secondo la Fauna Europaea, con Rhynchites ruber Schilsky, 1903) è una specie di origine paleartica largamente distribuita soprattutto nella regione circummediterranea orientale (Sud della Russia, Turchia, Grecia, Penisola Balcanica, Italia, Corsica, Malta, etc.).
Con nomi comuni che fanno tutti riferimento alla caratteristica più saliente degli adulti dei curculionoidea, il rostro (punteruolo dell’olivo, rhynchite de l’olivier, gorgojo de las aceitunas, olive fruit curculio, twig cutter), la specie è stata studiata da diversi importanti autori tra cui merita qui ricordare Silvestri [1912. Contributo alla conoscenza del Rinchite dell’olivo Rhynchites ruber Fairm. Boll. Lab. Zool. Gen. Agr. Portici, 2, 195-216], Monaco [1986. Rhynchites (Coenorrhinus) cribripennis (Desbr.). In: Y. Arambourg, Traité d’Entomologie Oleicole. – Conseil oleicole International, Madrid, Espagne, pp. 14-19], Tzanakakis [2006. Insects and mites feeding on olive. Brill, Leiden, The Netherlands, 182 pp. (62-65)], Perdikis et al. [2013. On the relationship between the infestation level of Rhynchites cribripennis and respective yield-losses on olives (Coleoptera: Attelabidae). Entomologia Generalis, 34(3), 215-223]. Alcuni anni fa una breve nota sull’argomento è stata pubblicata dal sottoscritto su OlioOfficina (2004. Un coleottero contro gli ulivi).
Questo punteruolo risulta strettamente associato all’olivo, e in particolare all’olivastro, sebbene gli adulti possano nutrirsi anche su qualche altra oleacea, come Phyllirea angustifolia e Jasminum officinalis.
L’adulto, di soli 5,6-6,0 mm di lunghezza complessiva, si presenta di color rosso mattone appena lucente (da cui il nome generico), tendente al grigio per la fitta pubescenza dorsale. Il rostro, leggermente arcuato, è più o meno lungo quanto il resto del capo e il protorace. Le elitre sono fortemente solcate. L’uovo, di 0,6×0,4 mm, ha forma ellittica e colore giallo-citrino. La larva matura, che da distesa misura circa 7,0 mm di lunghezza e 2,8 mm di spessore, è tipicamente apoda, tozza e solitamente piegata a C. La sua colorazione generale è crema pallido, ma ha pronoto ocraceo, parte anteriore del capo rosso-fulvo e mandibole nere. La pupa, di 4,3×2,6 mm, appare ancora più tozza della larva e si presenta bianchiccia con occhi scuri.
Gli adulti emergenti dalle pupe formatesi nel terreno, da fine aprile in poi si portano in volo sulla chioma delle piante ospiti per nutrirsi inizialmente a spese delle foglie su cui praticano tipiche erosioni a chiazza inizialmente non lesive dell’epidermide superiore. Quando le erosioni interessano l’asse o l’apice dei germogli erbacei, questi finiscono sempre per disseccarsi.
Una volta formatisi i frutti, gli adulti li utilizzano per la propria nutrizione praticandovi delle escavazioni circolari di 0,5 mm di diametro, attorno alle quali si forma poi un caratteristico alone bruno.
Su drupe ancora relativamente piccole, il rostro del punteruolo può raggiungere la mandorla determinando poi la caduta del frutto. Una volta che le olive hanno raggiunto un maggiore sviluppo, con un conseguente ispessimento del mesocarpo e indurimento dell’endocarpo, l’escavazione si arresta alla superficie esterna di questo. I sintomi dell’attività trofica sulle olive variano sensibilmente in funzione della varietà e della fase fenologica, mentre il numero medio di escavazioni per drupa (che in certi casi può arrivare fino a 20-30) varia in funzione del rapporto fra densità di popolazione degli adulti e densità dei frutti.
A partire da luglio e per tutto il mese di agosto, a seconda delle condizioni ambientali, le femmine iniziano a deporre le uova. Per tale attività esse praticano con l’apparato boccale masticatore, sito all’estremità del rostro, escavazioni nelle drupe fino al raggiungimento del nòcciolo, dopodiché, giratesi su se stesse, introducono l’ovopositore nella galleria per lasciarvi sul fondo un solo uovo per sito. Estratto l’ovopositore chiudono sommariamente il pozzetto che poi viene ad essere più o meno otturato da tessuto mesocarpico di reazione. In casi di forte infestazione si possono rilevare fino a 2-3 gallerie di ovodeposizione per drupa.
Lo sviluppo embrionale si completa in una decina di giorni per dar luogo alla nascita delle larve che, perforato il nòcciolo più o meno già lignificato, tendono a portarsi sulla mandorla a spese della quale completano il proprio sviluppo. In genere, a prescindere dal numero di uova deposte su una stessa oliva, solo una larva vi completa lo sviluppo. Indipendentemente che l’oliva infestata sia ancora sulla chioma o sia caduta a terra, la larva matura pratica una galleria attraverso l’endo-, il meso- e l’epicarpo per abbandonare il frutto. La maggior parte delle larve guadagnano il terreno in settembre-novembre, ma una quota di solito ridotta continua a svilupparsi nelle olive durante l’inverno per abbandonarle in aprile-maggio.
Nel terreno, a una profondità di 4-10 cm a seconda del tipo di suolo, le larve costruiscono un bozzolo terroso pressoché sferico di 5-6 mm, all’interno del quale, né quelle emerse dalle olive in autunno, né quelle fuoriuscite in primavera si impupano prima di agosto-settembre. Lo sviluppo pupale si completa in inverno, ma gli adulti emergono dal suolo solo a partire dalla fine di aprile, facendo sì che la specie presenti una generazione ogni due anni.
La specie si dimostra dannosa principalmente a causa dell’attività trofica degli adulti che – oltre a provocare un accrescimento irregolare delle foglie e la distruzione di gemme, germogli e apici vegetativi – mediante le escavazioni nelle olive ne determinano il distacco dalla chioma, causando perdite di produzione che possono raggiungere anche il 40-70% e oltre dei frutti.
Per fortuna vanno quasi esenti dagli attacchi le olive da tavola (a motivo delle loro maggiori dimensioni medie) e gli impianti irrigui, mentre risultano fortemente suscettibili le varietà da olio con drupe di piccole dimensioni, e le aree e le annate siccitose. Il motivo di ciò è da imputare verosimilmente al rapporto tra lunghezza del rostro e spessore del mesocarpo, ovvero alla distanza della mandorla, di cui si nutre la larva, dall’epicarpo.
In questi ultimi anni la specie si è dimostrata particolarmente dannosa lungo quasi tutta la penisola balcanica e in Grecia. Per la regione istriana è stata stimata una perdita di produzione nel 2013 di circa il 75%. Nell’isola di Cherso in Croazia, sembra che nello stesso anno, R. cribripennis abbia determinato quasi l’azzeramento della produzione.
Le cause delle pesanti ed estese infestazioni del coleottero, che si configurano come l’effetto di una gradazione demografica di un fitofago di interesse forestale, non sono chiare, ma è probabile che almeno in parte possano ricondursi a tre ordini di fattori:
1) il susseguirsi di annate climaticamente favorevoli alla specie;
2) la modificazione degli assetti agronomico-colturali dell’ecosistema oliveto;
3) la carenza di mezzi e metodi di controllo adeguati.
A quest’ultimo riguardo ricordo che appena una decina di anni or sono alcune linee guida internazionali di produzione integrata in olivicoltura recitavano così: “When high densities occur after the end of the flowering period, then sprayings can be applied” (Malavolta & Perdikis, 2012. Guidelinees for Integrated Production of Olives. IOBC/WPRS Bulletin, 77).
Al di là della condivisione o meno del concetto “a mali estremi, estremi rimedi”, non mi risulta (per quanto di mia conoscenza) che la specie sia considerata nei disciplinari regionali di produzione integrata e che allo stato attuale si disponga in Italia di fitofarmaci registrati per questo specifico target.
Tornando alla Maremma toscana (senza alcuna irriverente allusione al famoso sonetto del grande Carducci), i rilievi in corso in questa torrida estate, da parte del sottoscritto e degli amici sopracitati, mettono in evidenza giorno dopo giorno come molte aree dell’importante distretto olivicolo della provincia di Grosseto siano interessate dalla presenza più o meno palese del bel piccolo intruso.
L’ambito d’intrusione è principalmente quello della cascola primaverile-estiva ed estivo-autunnale delle drupe: fenomeno che indipendentemente dagli agenti causali (abiotico-fisiologici, patologici, entomologici e interconnessi) determina sempre e comunque una perdita secca di produzione in rapporto alle potenzialità produttive dell’oliveto (tradizionale, intensivo o superintensivo; irriguo o in asciutto; “da olio” o “da tavola”).
Da anni in molte regioni italiane, da nord a sud, si registrano e si lamentano danni da cascola, spesso differenziati in funzione delle cultivar (tra cui il Leccino sembrerebbe una delle più interessate). Nell’area lombarda del lago di Garda, ma anche in Umbria, la cimice asiatica Halyomorpha halys (Stål, 1855) (Hemiptera Pentatomidae) risulta essere una recente accertata causa. Altrove, tra gli entomi, rimane la tignola Prays oleae (Bernard, 1788) (Lepidoptera Praydidae) la principale sorgente del fenomeno, insieme al fleotribo Phloeotribus scarabaeoides (Bernard, 1788) (Coleoptera Curculionoidea Curculionidae Scolytinae) e agli agenti di marciume della drupa (Botryosphaeria dothidea) e di lebbra (Colletotrichum spp.). In annate caldo-secche come l’attuale, spesso accompagnate da “bombe di calore”, non è difficile attribuire l’intero fenomeno della cascola alle conseguenze fisiologiche delle condizioni meteo. In altri termini, infezioni dovute ad agenti patogeni e/o infestazioni portate da insetti carpofagi, possono rimanere sotto traccia.
Al riguardo non è da escludere che una significativa presenza di R. cribripennis nel Grossetano possa risalire ad alcuni fa, mimetizzata negli effetti dannosi da cause tradizionalmente ammesse. Nel contempo, non è da escludere che il punteruolo sia già diffuso e degno di interesse fitosanitario anche in altre aree olivicole del centro Italia.
Il ritrovamento verosimile di R. cribripennis in oliveti della Maremma, con livelli di attacco delle drupe ad opera degli adulti e di infestazione delle stesse da parte della popolazione preimmaginale dell’ordine del 20-30% con punte anche superiori al 50%, fa luce sull’esigenza di un presidio del territorio che oltre ad avvalersi delle necessarie stazioni di rilevamento meteo (magari in rete wireless) e dei dispositivi di monitoraggio delle popolazioni adulte delle tradizionali specie chiave (magari a lettura automatica), possa contare in primis sulla crescita professionale degli agricoltori e (a distanza da ogni possibile retorica) sullo stretto rapporto da sempre invocato fra coltivatori, tecnici, associazioni e consorzi, ordini professionali, SFR, centri di ricerca, università e accademie.
Se a questo punto la domanda fosse “quali sono le attuali prospettive di controllo diretto e indiretto di R. cribricollis”, la risposta, resa da una parte interlocutoria (per la mancanza di soluzioni pronte all’uso) e dall’altra carica di prudente ottimismo (alla luce dell’avvenuta positiva contrazione dei fitofarmaci organici di sintesi e dei condivisi più stringenti indirizzi di protezione biologica e integrata delle produzioni olivicole), non potrebbe che passare attraverso l’adozione di strategie eco-sistemiche (poco generiche e ben definite) comprensive di scelte varietali, pratiche agronomico-colturali (come le lavorazioni del terreno e l’irrigazione a goccia), tecniche di sanitation (rimozione delle drupe cascolate), applicazioni mirate di biopesticidi (batteri, funghi e nematodi entomopatogeni), il tutto previo attento studio bibliografico e sperimentale della bio-etologia della specie e messa in evidenza del suo “tallone d’Achille”.

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La redazione