Un’insana passione per l’immobilismo genetico

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L’avversione contro il miglioramento genetico deriva dal diffondersi di una visione distorta dell’agricoltura

Oggi nell’agricoltura, in particolare in quella italiana, l’innovazione genetica trova difficoltà a raggiungere il mercato sia per vincoli normativi sia per la mancanza di accettazione. Il consumatore è indotto a fare le sue scelte in base a due semplici equazioni, entrambe errate: la prima è “vecchio uguale a buono, nuovo uguale a cattivo”, la seconda è “naturale uguale a buono, artificiale uguale a cattivo”.

Dal punto di vista normativo non possiamo che confidare nella nuova Commissione europea affinché riveda la normativa che regolamenta la coltivazione in campo e la commercializzazione di varietà ottenute con le nuove tecnologie di miglioramento genetico dopo che la sciagurata sentenza della Corte di Giustizia europea del luglio 2018 le ha equiparate agli ogm tradizionali.

Segnali positivi arrivano dall’efficace mobilitazione della comunità scientifica a livello europeo, con la maggioranza dei Ministri dell’Agricoltura dei Paesi membri che nel maggio scorso si sono espressi in questo senso (incluso l’allora ministro Centinaio) e da recenti aperture in Italia anche da parte di chi fino a ora sembrava avversare queste innovazioni.

Dal punto di vista dei consumatori è necessario renderli pienamente consapevoli del fatto che un’agricoltura che voglia essere più compatibile con l’ambiente non può prescindere dal progresso scientifico e dall’utilizzo di tutte le più moderne tecnologie.

L’insana passione per l’immobilismo genetico che sembra caratterizzare l’agricoltura italiana non si spiega se non con una visione distorta dell’agricoltura. Che è un sistema artificiale e non un ecosistema naturale e in quanto tale non segue le leggi dell’evoluzione.

Le colture devono continuamente adattarsi a nuove condizioni e a nuovi nemici e ciò rende necessario un continuo lavoro di selezione di nuove varietà adatte ad affrontare l’ambiente in cui si trovano a crescere. L’immobilismo genetico ci porterebbe dove siamo arrivati nella viticoltura: varietà vecchie di secoli non più in grado di difendersi da patogeni fungini che necessitano di grandi quantità di prodotti chimici per proteggerle.

Non è questa la strada per un’agricoltura sostenibile.

La strada oggi più promettente è invece quella di ricorrere alle tecnologie più avanzate che possono permetterci di rinnovare il grande patrimonio varietale italiano per renderlo più adatto alle sfide di un ambiente che cambia e di un’agricoltura che deve migliorare la sua impronta ambientale.