Xylella, dov’è la congiura sbandierata dai negazionisti/complottisti?

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– di Giuseppe Francesco Sportelli –

Il docufilm “Legno Vivo – Xylella, oltre il batterio” nega tutte le evidenze scientifiche sulla malattia degli olivi e crea confusione e disinformazione. Gran sbandieramento di “affaire Xylella” e “agromafie”, ma queste tesi non fanno altro che impedire la lotta seria al batterio e favorirne l’avanzamento

Sulla questione Xylella, alla già, purtroppo, folta schiera di negazionisti e complottisti, si sono aggiunti gli autori del docufilm “Legno Vivo – Xylella, oltre il batterio”. Con questo documentario, proiettato in Puglia e altrove, vogliono “raccontare cosa sta avvenendo in Puglia: agli olivi, alla terra e alle persone”, accampando pretese informative. In realtà il docufilm volutamente dà voce a tanti opinionisti sul tema Xylella, ma nega la voce a coloro, docenti universitari, ricercatori Cnr, agricoltori, che affrontano la malattia con metodo e rigore autenticamente scientifici, riducendone gli sforzi a complicità con i “poteri forti” che, a loro dire, avrebbero favorito nascita e diffusione della malattia e guadagnerebbero da essa!

L’incipit del docufilm, via alla confusione e ai sensi di colpa

Già l’incipit del docufilm (nonché del relativo sito web), mischiando epoche e contesti diversi, è “illuminante” nell’organizzare confusione e nello scatenare sensi di colpa fra gli olivicoltori.

«(Gli ulivi) hanno attraversato secoli di storia, hanno sfamato generazioni di popoli del Mediterraneo. Gli antichi Greci avevano emanato addirittura una legge che prevedeva la pena di morte per chi abbatteva un olivo. Oggi per la pianta sacra per eccellenza, ricca di simbologia e misticismo, i tempi sono cambiati: in Puglia chi non abbatte gli ulivi rischia multe salate, attacchi e ritorsioni. Per quale ragione sta succedendo tutto questo? Come possiamo salvare questi monumenti della natura? Cosa rischiamo perdendoli?».

E poi, la solita perla dei negazionisti: «In Puglia migliaia di olivi stanno morendo. Ma solo nel 2% di quelli analizzati è stato trovato il batterio Xylella. Qual è la causa del disseccamento di tutte le altre piante?».

Il doppio binario della criticità/emergenza e del teorema della congiura

Gli autori del docufilm (e con loro i suoi “protagonisti”) si inerpicano sul doppio binario, i cui elementi spesso si intersecano fra loro, della criticità a tutti i costi esagerata e trasformata in emergenza e del vecchio teorema della congiura ordita da poteri occulti a danno dei piccoli olivicoltori salentini.

Obiettivo comune: sostituire l’attuale olivicoltura contadina con un’altra industriale negante la biodiversità e basata su varietà alloctone e sui modelli produttivi intensivo e superintensivo. Per l’una e l’altra tesi, che a stento ammettono che il batterio Xylella c’entra qualcosa con la patologia in atto, esso avrebbe attecchito facilmente su piante comunque già sofferenti per la scarsa fertilità del terreno, causata dalla riduzione ai minimi termini della quantità di sostanza organica presente in esso e dall’eccessivo impiego di agrofarmaci.

Le due tesi causali sono confluite, per il docufilm, nella sperimentazione in Puglia di «un vero e proprio metodo, che d’ora in avanti sarà applicabile ovunque. In aprile 2019, con il pretesto della cosiddetta “emergenza Xylella”, il Parlamento ha votato il “decreto emergenze”, una norma che permette – in caso di fitopatie – di agire “in deroga a ogni disposizione vigente”. Principi costituzionali, leggi nazionali e regionali, a tutela della salute delle persone, dell’ambiente e del paesaggio, della proprietà privata e delle libertà personali sono venuti meno, non per proteggere i cittadini bensì per tutelare comparti agroindustriali ed economici. Questo significa che d’ora in poi qualsiasi emergenza agronomica sarà la scusante per soprassedere a un principio civile costituzionale tanto fondamentale quanto elementare: la prevalenza del diritto di tutti all’ambiente sano, al paesaggio e alla salute sull’interesse economico di pochi».

Insomma gli autori del docufilm rinfocolano il cosiddetto “affaire Xylella” (in francese perché dà più l’idea di trame oscure, tipo “L’affaire Moro” di Leonardo Sciascia), che nasconderebbe chissà quali trame oscure e segrete, e gli danno ancora più spessore agitando e facendo agitare ad alcuni degli interlocutori nel film il termine “agromafia”, che dovrebbe essere speso in altri contesti, realmente criminali, dell’agricoltura italiana.

Perciò gli autori del docufilm si proclamano «dalla parte dei contadini, dei custodi della terra, della biodiversità e della vita, contro ogni forma di sfruttamento e di monocoltura (in primis, mentale)». In realtà boicottano la lotta al batterio con l’eradicazione delle piante infette e di quelle comprese nel raggio dei 100 m da quella infetta e con i due trattamenti insetticidi contro i vettori e non propongono (e come potrebbero?) alcuna soluzione alternativa validata scientificamente.

La relazione causale fra Xylella e disseccamento rapido degli olivi

Negando la correlazione diretta fra il batterio Xylella e il disseccamento rapido degli olivi, gli autori del docufilm non riescono a venire fuori dal ginepraio in cui si infilano.

Benché neghino tale correlazione diretta, questa è stata accertata da anni e da diversi gruppi di ricerca in varie parti del mondo con prove molto solide e articolate. È un’evidenza che si fonda su nove lavori sperimentali – finora mai smentiti – pubblicati su diverse riviste scientifiche, da otto differenti gruppi di ricerca operanti in altrettante istituzioni scientifiche, i quali in tre Paesi lontani fra loro (Italia, Brasile, Argentina) hanno trovato la stessa sottospecie (pauca) di X. fastidiosa su olivi che mostrano sintomi di disseccamento rapido.

A tali lavori si aggiungono i numerosi dati sperimentali accumulati dal 2014 nel Salento.

Inoltre è stato chiarito che l’infezione provocata da Xylella non è opportunista: è in grado di causare il disseccamento da sola e non è associata né ad altre patologie fungine né a inquinamento o ad altri fattori causali. Tanto è vero che l’acronimo CODIRO (Complesso del disseccamento rapido dell’olivo) coniato in un primo tempo è ormai superato (lo usano solo i negazionisti/complottisti e gli ignoranti per abbarbicarsi al complesso di cause in cui si mette di tutto e negare la correlazione diretta e unica fra Xylella e malattia). Già da anni la malattia viene chiamata Disseccamento Rapido dell’Olivo o, in inglese, Olive Quick Decline Syndrome (OQDS).

È stato ampiamente verificato che il batterio è capace, indifferentemente, di infettare olivi secolari ed estensivi, olivi intensivi, olivi superintensivi, olivi condotti in agricoltura convenzionale, integrata e biologica, olivi coltivati su terreno privo, povero o ricco di sostanza organica, olivi di qualsiasi età.

Il batterio sta causando una autentica epidemia: i dati dei monitoraggi nelle zone di contenimento, cuscinetto e indenne dimostrano che l’epidemia esiste e progredisce, sia colonizzando zone prima indenni sia espandendo i focolai puntiformi trovati nei precedenti monitoraggi.

Gli autori del docufilm, come tutti i negazionisti/complottisti, negano la presenza di un’epidemia perché solo il 2% degli olivi è infetto, ma non dicono (in buona o in malafede?) che tale percentuale si riferisce alla zona di contenimento e che quindi è normale sia bassa.

Infatti il campionamento esclude la maggioranza della zona infetta e in particolare quella dove il batterio è arrivato da più tempo, perché ha lo scopo di verificare non l’entità dell’epidemia, ma il suo avanzamento, attraverso il monitoraggio di nuovi focolai e dell’aumento degli alberi infetti nell’estremità settentrionale della zona infetta (la zona di contenimento, che per definizione è di più recente colonizzazione) e di eventuali nuovi focolai nella zona cuscinetto o in alcuni casi nella zona indenne. Ecco perché i valori percentuali sono bassi.

Ma se si prova a campionare in uno dei primi punti di sviluppo dell’epidemia (ad esempio intorno a Gallipoli), si nota che il batterio ha colonizzato percentuali molto alte degli olivi presenti, uccidendone moltissimi, a volte tutti.

Varietà alloctone contro biodiversità?

Un altro cavallo di battaglia del docufilm, e dei suoi protagonisti, è l’accusa di voler distruggere la biodiversità olivicola salentina introducendo varietà alloctone, che richiedono il pagamento di royalties e sono autosterili, troppo bisognose di acque e improduttive, e sostituire l’attuale olivicoltura contadina con un’altra superintensiva e industriale.

Anche queste sono tesi false e irrazionali. Tutti, i ricercatori in primo luogo, sarebbero ben lieti se le varietà tipiche del Salento, Cellina di Nardò e Ogliarola salentina, o altre molto diffuse in Puglia, come l’autoctona Coratina, fossero resistenti al batterio. Purtroppo esse hanno dimostrato di essere molto suscettibili.

Le uniche varietà che, al momento, risultano resistenti al batterio, seppur infettate da esso, sono la Leccino, toscana ma da tempo molto coltivata in Puglia e nel Salento, e la Fs-17 o Favolosa, incrocio tra la varietà pugliese Frantoio, originaria del Tarantino, e l’Ascolana tenera.

«Per nessuna di esse gli olivicoltori devono pagare royalty a chicchessia, entrambe hanno lo stesso prezzo, attualmente 2,80-3,00 €/piantone di un anno di età», dichiara Demetrio De Magistris dell’Azienda agraria Tenuta del Morige di Galatone (Le), che citiamo, riguardo alla Fs-17, per smentire le tante voci errate in giro: «Coltivo 15 ha a olivo nel pieno della zona infetta dal Xylella fastidiosa, a pochi chilometri dal primo focolaio. O, meglio, coltivavo, perché di 2.000 olivi quelli, 1.350, delle varietà tipiche salentine, Cellina di Nardò e Ogliarola sono ormai tutti morti o moribondi. Me ne sono rimasti 650 della varietà Fs-17, che avevo messo a dimora 20 anni fa, con il sesto 6 m x 3 m, che non è superintensivo ed è molto diffuso nel Salento. La Fs-17, è uno scrigno di eccellenti proprietà: è una varietà nanizzante, autofertile, a maturazione precoce, che rende possibile anticipare la raccolta a ottobre, riuscendo così a sfuggire agli attacchi della mosca delle olive e consentendo alle piante di riprendersi adeguatamente, richiede acqua irrigua né più né meno delle altre varietà di olivo. Grazie alla precoce entrata in produzione ho raccolto al secondo anno dall’impianto le prime olive significative e dal quinto anno in poi da ciascuna delle piante, alte appena 3 m, 18-19 kg di olive che hanno dato, con resa media del 18%, poco più di 3 kg di olio extravergine di oliva di qualità eccellente in termini di acidità, perossidi e polifenoli!».

Conclusioni

In una situazione così delicata e drammatica l’insorgere di dubbi, per quanto legittimi, andrebbe gestito con maggior senso di responsabilità di quanto faccia il docufilm “Legno Vivo”.

Il quale si palesa, invece, come un pericoloso strumento di confusione, un’ulteriore conferma della perdurante dannosa disinformazione da molti condotta, su un argomento così complesso, con incredibile disinvoltura, sciatteria e incompetenza.

Coloro che agiscono in maniera tanto irresponsabile si rendono alla fine corresponsabili delle falle nella lotta al batterio Xylella e del continuo avanzamento dell’infezione a danno proprio di quegli olivi che dicono di voler difendere, abbracciandoli, e di quegli olivicoltori dei cui olivi si fanno, con parole confuse e deleterie, strenui difensori.

E, benché si presentino come innovatori e progressisti e accusino gli altri di essere retrogradi e reazionari, la loro posizione, proprio perché antiscientifica, ha tutti i crismi per essere, a buon titolo, definita essa retrograda e reazionaria.