I meccanismi che regolano la Block Chain

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di Andrea Giomo

“Carneade! Chi era costui?…” diceva Don Abbondio alla vista dei bravi nei Promessi Sposi, ma, oggi, molte persone se lo chiedono pure quando si sente parlare di blockchain.
Una definizione canonica della blockchain tenderebbe a indicarla come una base di dati condivisa decentralizzata, distribuita e pesantemente criptata con precise regole di sicurezza, immutabile e trasparente, basata sul consenso dei partecipanti.

In pratica, uno strumento prettamente informatico e ciò significa, già di per sé, complesso, basato sulla crittografia, per la gestione di informazioni in modo sicuro, immutabile e decentralizzato.

Ma per capire meglio come funziona questa specie di “magazzino” distribuito e blindato, si può far ricorso a un esempio molto elementare.

Si immagini Tizio dia Caio 5,00€ e che questa “transazione” venga chiusa in un cubo e inviata a potenziali osservatori che costituiscono una rete di nodi paritetici (cioè aventi la medesima priorità). I nodi, in parte o tutti, andranno a verificare che il contenuto nel cubo (box) sia l’effettiva transazione dichiarata tra Tizio e Caio.
Non appena gli osservatori avranno dato il loro consenso rispetto al fatto che la transazione sia effettivamente avvenuta, il cubo viene blindato con due lucchetti. Le due chiavi dei lucchetti vengono al loro volta chiuse rispettivamente nel cubo precedente a quello in questione nella rete blockchain e nel cubo immediatamente successivo.

In questo modo, per poter modificare l’evento della transazione da Tizio a Caio si dovrebbero rompere tutti i cubi che sono conservati da ogni nodo della rete (osservatore). Ciò però risulta impossibile, poiché verrebbe meno la rete stessa.

Per tipologia di nodi (osservatori), le reti blockchain possono essere di tipo privato oppure pubblico. Invece, in funzione dei requisiti di ingresso, possono essere classificate come “con
richiesta di permesso” (permissioned) oppure “senza richiesto di permesso (permissionless).

Le reti blockchain private sono proprie dei consorzi e quindi limitate a utilizzi particolari, es.
Chorda (Consorzio Interbancario). Le reti pubbliche sono le più utilizzate, ma la differenza in termini di sostenibilità della rete la fa sicuramente la tipologia di consenso, la distribuzione del consenso e la possibilità di ingresso controllato.
Ad esempio, la celebre criptovaluta Bitcoin consuma circa 930 kWh/transazione, mentre Ethereum consuma circa 70 kWh/transazione.

La più moderna blockchain di terza generazione, come ad esempio quella di Algorand, consuma 0,000008 kWh/transazione.

Una caratteristica unica delle basi di dati di tipo blockchain è quella di possedere la possibilità di adottare dei sistemi decisionali affinché possano avvenire le transazioni. Questo sistema, che altro non è che un codice software, si chiama “smart contract”.

Per supportare l’aggiornamento coerente delle informazioni e per abilitare un intero host di funzioni di contabilità generale (transazioni, query, ecc.), una blockchain utilizza gli smart contract per fornire un accesso controllato al libro mastro (ledger).

Perchè applicare la block chain alla filiera agroalimentare?

Perchè essa è caratterizzata da alcuni fattori peculiari:

  • elevata disomogeneità di innovazione lungo la filiera: spesso la parte agricola mal
    comunica con la parte industriale ed è resistente all’implementazione di innovazioni che sono percepite a volte come “eccessive”;
  • i modelli di business tra i soggetti della filiera sono completamente diversi se non addirittura con obiettivi diametralmente opposti: tale situazione crea spesso dei blocchi di comunicazione tra le parti soprattutto per quanto attiene gli argomenti monetari e commerciali;
  • la presenza di un quadro normativo cogente (sicurezza alimentare, denominazioni di origine, ecc.) e volontario spesso molto complesso e oneroso per ogni singolo soggetto della filiera. Tale quadro normativo cogente e/o regolamentato e volontario rappresenta la fonte primaria delle regole d’ingaggio dei rapporti tra i soggetti della filiera, ovvero la base giuridica degli smart contracts specifici per i diversi livelli della filiera;
  • la necessità di informazioni espressa dal consumatore è spesso complessa e a volte
    contraddittoria e si basa soprattutto sulla percezione della sicurezza alimentare (parametri compositivi e nutrizionali), sulla percezione dell’origine e su altri fattori (di sostenibilità) legati all’ambiente sia sociale che fisico: l’informazione meno importante richiesta è rappresentata dalla pura transazione lungo la filiera.

Sulla base di questi fattori è palese che la transazione in sé, non può e non deve essere lo
strumento unico di auto-validazione della serie di informazioni che dovrebbero essere collegate con il prodotto attraverso le diverse trasformazioni lungo la filiera, in quanto i dati non transazionali inseriti sono i parametri più importanti.

Esempi di dati non transazionali sono: il luogo di origine, la data di raccolta, la composizione chimico-fisica, la tipologia dei processi, il tipo di trasporto, ecc.

Food blockchain
Per mantenere alta la fiducia e permettere alla blockchain di espletare la propria funzione di aumentare il “trust” (la fiducia), rendendo immutabili le informazioni in essa custodite (blocchi), risulta necessario assicurarsi che i dati che vengono inseriti nella blockchain siano validi e veritieri, indipendentemente da quale soggetto li ha introdotti.

Tutto ciò delinea, dunque, uno scenario piuttosto innovativo anche per la blockchain stessa, in considerazione che risulta necessario, attraverso il quadro normativo corrente, assicurare la validità delle informazioni gestite attraverso la blockchain stessa.

Quindi appare molto chiaro che non è più sufficiente l’esistenza ed il blocco della transazione lungo la filiera ma servono altre misure di validazione ed eventualmente di certificazione delle informazioni extra transazionali che possono essere introdotti, come per esempio la validazione degli smart conctract e verifica della veridicità del pacchetto informativo inserito.