L’olivicoltura italiana dinanzi ai cambiamenti climatici

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di Ercole Aloe, Agronomo e Tecnico di campo presso APO Catania

Panoramica attuale del clima
Il bacino del Mediterraneo viene considerata uno dei “punti caldi” dei cambiamenti climatici, una delle conseguenze già verificatesi negli ultimi anni è stato l’aumento delle temperature minime, in particolare in inverno e nei primi giorni di primavera e temperature record (48,8°C a Siracusa nel 2022). Inoltre, si registra una consistente riduzione delle precipitazioni ed un incremento della loro variabilità inter-annuale e interregionale. La tropicalizzazione del bacino mediterraneo, inoltre, ha favorito la formazione di pseudo-cicloni, cioè precipitazioni torrenziali comunemente chiamate “bombe d’acqua”

Rischi reali per il settore olivicolo
In questi ultimi anni in diversi areali olivicoli mediterranei, è stata riscontrata un’esplosione di attacchi fungini e di altri parassiti. In particolare, sono stati segnalati attacchi di occhio di pavone (Fusicladium oleagineum) e Margaronia (Palpita vitrealis). A causa degli inverni miti, è stato riscontrato, inoltre, un aumento del numero dei cicli della Tignola (Prays oleae). Anche la dinamica di sviluppo delle popolazioni della Mosca dell’olivo (Bactrocera oleae), in anni recenti, ha presentato delle anomalie rispetto alla media. I mesi invernali, piuttosto miti, oltre a consentire la sopravvivenza di un numero maggiore di forme svernanti dell’insetto, determinano anche un anticipo dello sviluppo vegetativo e quindi produttivo dell’olivo, rendendo le drupe recettive agli attacchi della mosca già quindici giorni prima della norma. Degna di preoccupazione è una malattia “riemergente”, la Lebbra dell’olivo, malattia fungina causata da Colletotrichum gloeosporioides,, che è stata segnalata anche in varie regioni d’Italia (Sicilia, Calabria, Puglia, Toscana, Umbria, Marche, Liguria e Lombardia) . In alcuni areali meridionali si è vista, inoltre, la diffusione di una nuova emergenza, rappresentata da un insetto minore dell’olivo, il Tripide (Liothrips oleae) che, in particolari condizioni climatiche, può completare anche 4-5 generazioni all’anno, sfuggendo probabilmente al controllo degli insetti naturalmente antagonisti. Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che la temperatura può influenzare direttamente la degradazione delle molecole chimiche degli insetticidi autorizzati per l’olivo, modificando indirettamente penetrazione, traslocazione, persistenza e meccanismo d’azione di molti fungicidi sistemici.

Come cambia la fenologia e maturazione delle olive
L’estrema variabilità climatica fra le annate e le stagioni influisce sia sugli aspetti fenologici dell’olivo, con anticipazione della fioritura e della maturazione delle olive e di conseguenza anche della produttività, sia sulle caratteristiche organolettiche dell’olio, con particolare riferimento alla composizione in acidi grassi. È noto che l’olivo ha necessità di un determinato numero di giorni di freddo per indurre la fase di iniziazione delle gemme fiorali: inverni più miti determineranno una fase vegetativa quasi ininterrotta, incidendo
negativamente sulla differenziazione fiorale. In alcuni areali gli olivi sono costretti ad emettere nuova vegetazione e già nei primi giorni del mese di marzo è stata riscontrata la fase di mignolatura. Inoltre, l’aumento della temperatura media primaverile può determinare una ridotta emissione di polline e picchi giornalieri di molto superiori ai 30°C potrebbero causare aborto dell’ovario. Inoltre, è stato osservato un anticipo della fase di invaiatura variabile tra 17 e 30 giorni, ma con una fase di maturazione, in cui si verifica
la lipogenesi e accumulo di olio nella drupa, più lenta della norma, da cui è risultato anche un accumulo di olio ridotto di circa il 30% (sul peso fresco del frutto).
Ma è importante evidenziare che ad essere influenzate dalle condizioni ambientali sono anche le componenti qualitative dell’olio di oliva. Le alte temperature, durante il periodo che va fino alla completa maturazione delle drupe, determinano un decremento nel contenuto di acido oleico, accompagnato da un incremento degli acidi palmitico e/o linoleico; temperature molto elevate causerebbero, inoltre, una riduzione del contenuto di polifenoli totali, e facendo rilevare, di conseguenza, un mediocre profilo sensoriale.

Impatto su suolo e stato idrico
Le alte temperature hanno effetti di rilievo sul suolo, in termini di aumento del tasso di decomposizione e mineralizzazione della sostanza organica, che riduce la capacità dei suoli di sequestrare carbonio, con rilascio di CO 2 in atmosfera e perdita di fertilità chimica; anche il ciclo idrologico del suolo è influenzato dell’aumento della temperatura, che causa una maggiore perdita di acqua per evapotraspirazione, con conseguente riduzione dell’acqua disponibile. La carenza idrica per lunghi periodi di tempo può deprimere
l’assorbimento di azoto e di altri componenti minerali, con conseguenze negative sulla crescita dei germogli e sulle future gemme, pregiudicando in tal modo la successiva produzione. Inoltre, è necessario un certo apporto idrico durante determinate fasi di sviluppo della drupa per evitare una scarsa inolizione. Questa serie di fattori potrebbe, in parte, spiegare la sensibile perdita di produzione e di qualità osservata in questi
ultimi anni in numerosi areali olivicoli mediterranei, tra cui spiccano quelli italiani, in numerosi areali olivicoli da Nord a Sud dell’Italia sono stati segnalati casi di mignole, a diversi stadi, “bruciate” dall’intensa irradiazione solare e dai venti di scirocco.

Strategie di resilienza
Ma quali sono le possibili soluzioni da adottare per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici sull’olivicoltura? L’obiettivo è quello di incrementare la resilienza rispetto ai cambiamenti climatici, cioè la capacità di adattarsi al cambiamento e di riuscire a fronteggiare gli effetti delle modificazioni del clima. A tal proposito, sono state individuate tre strategie principali: il miglioramento genetico, lo stress idrico controllato e la gestione biologica dell’oliveto.

In particolare, sarà necessario:

  • ricorrere all’impianto di cultivar resistenti o tolleranti la siccità, prediligendo possibilmente varietà autoctone, già adattate alle condizioni pedo-climatiche;
  • attivare programmi di miglioramento genetico che favoriscano lo sviluppo di cultivar con caratteri di resistenza allo stress idrico;
  • quando possibile, applicare i criteri dello “stress idrico controllato”, che consente di fornire all’oliveto la quantità minima di acqua sufficiente affinché non sia alterata la produttività, ma anzi venga favorito un miglioramento delle caratteristiche nutraceutiche del prodotto, con un significativo risparmio delle risorse idriche.

Per quanto riguarda la difesa dagli stress biotici, è auspicabile, l’avvio di programmi di miglioramento genetico, al fine di sviluppare nuove cultivar resistenti agli stress biotici.
Potenziale di sequestro del carbonio dell’oliveto.
Occorre ricordare che l’olivo non è solo una coltura da tutelare rispetto ai cambiamenti climatici, ma può diventare essa stessa strumento di difesa per evitare l’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera. La razionale gestione del suolo può contribuire alla riduzione di emissioni, riducendo il depauperamento della fertilità, con conseguente accumulo di sostanza organica. L’impronta carbonica o carbon footprint (CF) è
l’indice che misura tali emissioni e, quindi, l’impatto sul clima può essere calcolata per tutte le attività umane. Una bassa impronta carbonica è sinonimo di qualità ambientale e, pertanto, può servire a produrre valore aggiunto per le aziende.

Fra le buone pratiche agronomiche conservative, risultano importanti:

  • la trinciatura del cotico erboso, insieme ai residui di potatura;
  • il sovescio delle leguminose;
  • l’ammendamento con sansa, adoperata come correttivo, ad integrazione dei concimi chimici;
  • l’inerbimento controllato;
  • la pacciamatura, allo scopo di proteggere le colture da eccessiva insolazione;
  • l’eliminazione delle lavorazioni convenzionali (fresatura, aratura), soprattutto negli oliveti collinari.

Conclusioni
In base ai risultati finora acquisiti, si può concludere che, adottando a livello di bacino mediterraneo modelli colturali ad alta sostenibilità ambientale sopra citati, si può affermare che l’olivicoltura mediterranea può contribuire a mitigare il cambiamento climatico in misura considerevole, poiché, applicando i suddetti modelli colturali in tutti gli areali del bacino mediterraneo, il sequestro del carbonio che si registra nell’oliveto risulta ovunque superiore alle emissioni dell’intera filiera olivicolo olearia. Questo è un risultato
di grande interesse ambientale, economico e sociale e può avere anche un notevole impatto positivo sulle scelte del consumatore, cui sia trasmesso il concetto che consumare olio extravergine di oliva, prodotto secondo modelli produttivi a basso impatto ambientale (ossia con ottimizzazione del bilancio del carbonio), ha effetti benefici certi non solo sulla salute e sull’ambiente, ma anche sulla mitigazione del cambiamento climatico, nel rispetto della sostenibilità economica, sociale e ambientale, al fine di salvaguardare in maniera fattiva l’olivicoltura mediterranea.