Olivicoltura, il valore sociale di un patrimonio che non può essere lasciato morire
Dalla difesa del territorio alla vita delle comunità rurali, la piccola proprietà e l’olivicoltura familiare rappresentano un presidio economico, ambientale e sociale. Ma il crollo delle quotazioni dell’olio e le distorsioni del mercato rischiano oggi di accelerare l’abbandono. Sicolo: “Serve una nuova stagione di cooperazione, aggregazione e responsabilità lungo tutta la filiera”
L’olivicoltura italiana non è soltanto una voce della produzione agricola nazionale. È una forma di presidio del territorio, una infrastruttura verde che attraversa colline, aree interne, campagne periurbane e piccoli comuni, mantenendo vivo un paesaggio che altrimenti rischierebbe di essere progressivamente abbandonato. È economia, ma anche cultura, identità, socialità e capacità delle comunità rurali di continuare a vivere e a riconoscersi nei propri territori. La dimensione media della proprietà olivicola italiana è ridotta e proprio per questo il rischio di abbandono è particolarmente elevato. Italia Olivicola ha già evidenziato la presenza di centinaia di migliaia di ettari in condizioni di abbandono o di semplice mantenimento, in un patrimonio nazionale che conta circa 1,1 milioni di ettari di oliveto.
“Quando parliamo di olivicoltura dobbiamo smettere di ragionare esclusivamente in termini di tonnellate, quotazioni e fatturato – sottolinea Gennaro Sicolo, presidente di Italia Olivicola e vicepresidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani – perché dietro ogni oliveto c’è una famiglia, c’è un territorio, c’è una comunità. L’olivicoltore non produce soltanto olio: mantiene il paesaggio, conserva la fertilità e la funzionalità del territorio, contribuisce alla prevenzione del degrado e dell’abbandono e tiene vive aree rurali che senza agricoltura rischiano di perdere servizi, attività economiche e popolazione”. L’olivicoltura contribuisce all’animazione sociale delle campagne. Nei piccoli comuni la stagione della raccolta rappresenta ancora un momento di incontro, collaborazione e partecipazione familiare. Il frantoio diventa luogo di relazione, confronto e scambio. La campagna non è soltanto uno spazio produttivo, ma un ambiente nel quale si costruiscono relazioni e si conserva una memoria collettiva. “Difendere l’olivicoltura familiare significa difendere una parte dell’identità rurale italiana – continua Sicolo –. Non possiamo accettare che migliaia di piccoli olivicoltori siano costretti ad abbandonare perché il mercato non riconosce il valore del loro lavoro. Un oliveto abbandonato oggi è un problema economico e sociale domani”. Il tema diventa ancora più urgente alla luce dell’attuale situazione di mercato.
Nell’ultimo anno il mercato dell’olio extravergine di oliva ha registrato una forte riduzione delle quotazioni. Secondo i dati richiamati da Cia nel luglio 2026, il prezzo medio nazionale dell’EVO italiano è sceso a 5,77 euro/kg, rispetto ai 9,60 euro/kg di un anno prima. Parallelamente, le giacenze nazionali sono arrivate a circa 112 mila tonnellate, contro le 45 mila tonnellate registrate nel giugno 2025. A complicare ulteriormente uno scenario già fragile vi sono le dinamiche finanziarie e commerciali internazionali. Il caso Bioliva, un crack da 200 milioni di euro in Tunisia che si è diffuso poi in Europa, ha rappresentato un campanello d’allarme particolarmente significativo. “Il caso Bioliva dimostra quanto sia pericoloso lasciare il mercato dell’olio d’oliva esposto a dinamiche finanziarie e speculative che possono avere conseguenze sull’intera filiera – afferma Sicolo –. Non possiamo confondere le normali dinamiche della concorrenza con operazioni finanziarie o commerciali capaci di alterare profondamente le condizioni di mercato. Quando il prezzo dell’olio viene trascinato verso il basso da dinamiche che non riflettono i fondamentali della produzione, a pagare il conto sono innanzitutto gli agricoltori”. È dunque necessario rafforzare la trasparenza dei flussi commerciali, la tracciabilità, i controlli e la capacità della filiera di conoscere e governare i propri mercati. Dunque la cooperazione. Italia Olivicola rappresenta oltre 250 mila soci, distribuiti in 15 Regioni italiane e organizzati attraverso 56 Organizzazioni di produttori. Una rete che dimostra concretamente come la piccola proprietà possa diventare una forza economica quando si aggrega e costruisce strumenti comuni. “Abbiamo bisogno di una nuova stagione – conclude Sicolo – nella quale produzione, cooperazione, istituzioni, industria e distribuzione assumano ciascuno le proprie responsabilità. L’olio italiano non può essere difeso soltanto quando arriva sugli scaffali. Deve essere difeso a partire dall’oliveto, perché senza olivicoltori, senza famiglie agricole e senza territori vivi non esiste futuro per l’olio italiano”.





