Discorso di insediamento del presidente del Comitato Consultivo del Consiglio oleicolo internazionale
Gentile Presidente e caro Direttore esecutivo,
delegati delle istituzioni internazionali,
rappresentanti del mondo della produzione, della ricerca e del commercio,
assumo oggi la presidenza del Comitato Consultivo del Consiglio oleicolo internazionale con profondo senso di responsabilità e con la consapevolezza del compito che ci attende.
Il COI è molto più di un organismo tecnico. È il luogo nel quale Paesi con storie, economie, tradizioni agricole e sistemi produttivi differenti possono confrontarsi sulla base di regole condivise, conoscenze scientifiche e obiettivi comuni. È un presidio di cooperazione internazionale, un punto di riferimento per la qualità e l’autenticità degli oli di oliva e uno strumento essenziale per costruire la fiducia tra produttori, operatori commerciali e consumatori.
Trent’anni di trasformazioni: l’olio di oliva e la crescita degli oli vegetali
Negli ultimi trent’anni il mercato mondiale degli oli vegetali ha conosciuto una trasformazione strutturale.
In questo contesto, gli oli di palma, di soia, di colza e di girasole hanno ampliato considerevolmente la propria presenza. La loro capacità di rispondere a una domanda crescente, attraverso sistemi produttivi su larga scala, filiere industriali organizzate e prezzi spesso competitivi, ha contribuito a ridefinire gli equilibri del mercato.
Le serie storiche dell’USDA mostrano chiaramente questa evoluzione: tra la metà degli anni Novanta e il 2011/12, la produzione combinata dei quattro principali oli vegetali — palma, soia, colza e girasole — è passata da circa 53 a oltre 131 milioni di tonnellate. La crescita è proseguita negli anni successivi, accompagnando l’espansione dei consumi alimentari e industriali a livello mondiale.
L’olio di oliva ha seguito una traiettoria differente. Secondo i dati del Consiglio oleicolo internazionale, la produzione mondiale è triplicata nell’arco degli ultimi sessant’anni, raggiungendo circa 2,59 milioni di tonnellate nella campagna 2023/24 e, secondo i dati provvisori, circa 3,57 milioni nella campagna 2024/25.
Questi numeri raccontano una storia di crescita significativa, ma anche una differenza fondamentale tra i diversi comparti.
Gli oli di semi e di palma sono diventati protagonisti di un mercato mondiale caratterizzato da volumi molto elevati, molteplici destinazioni d’uso e una forte sensibilità ai costi. L’olio di oliva ha costruito invece il proprio posizionamento soprattutto sulla qualità, sulle caratteristiche sensoriali, sulla tradizione produttiva e sul valore riconosciuto dal consumatore.
Non dobbiamo interpretare questa differenza come un limite. Dobbiamo considerarla la base della nostra strategia.
L’olio di oliva non è chiamato a replicare il modello produttivo di altri oli vegetali, né può fondare il proprio futuro esclusivamente sulla competizione di prezzo. Deve piuttosto rafforzare la propria capacità di generare valore, raggiungere nuovi consumatori e dimostrare, attraverso la qualità effettiva del prodotto, perché merita un posto distinto nel mercato alimentare internazionale.
Questo non significa ignorare la necessità di contenere i costi, migliorare la produttività o innovare le tecniche agronomiche. Significa farlo senza perdere ciò che rende l’olio di oliva riconoscibile e diverso.
Dieci anni di consumi: un mercato mondiale in trasformazione
Se osserviamo gli ultimi dieci anni, emerge una seconda dinamica decisiva: il consumo di olio di oliva si sta progressivamente internazionalizzando.
I consumi nei Paesi non produttori, o comunque al di fuori dei tradizionali poli olivicoli dell’Unione europea, hanno acquisito un peso crescente. Stati Uniti, Brasile, Canada, Giappone, Australia e diversi mercati asiatici sono diventati elementi essenziali per l’equilibrio commerciale del settore.
I consumi per abitante aiutano a misurare il potenziale di sviluppo meglio dei soli volumi assoluti. Secondo le stime del COI, il consumo pro capite ha raggiunto 9,3 kg in Grecia, 7,5 kg in Spagna e 7,4 kg in Italia. Il quadro è molto diverso nei principali mercati importatori. Il COI indica consumi pro capite pari a circa 1,1 kg negli Stati Uniti, 1,2 kg in Canada e appena 0,4 kg in Giappone e Brasile. In Cina, il consumo rimane molto contenuto rispetto alla popolazione.
Il consumo mondiale di olio di oliva ha raggiunto circa 3,215 milioni di tonnellate nella campagna 2024/25, con un incremento di 426.500 tonnellate, pari al 15,3%, rispetto alle 2,789 milioni di tonnellate della campagna 2023/24. Per il 2025/26, il COI stima un ulteriore incremento, fino a circa 3,248 milioni di tonnellate, pari all’1% in più.
La crescita di lungo periodo è stata sostenuta soprattutto dai Paesi non membri e dai membri del Consiglio al di fuori dell’Unione europea. Nello stesso tempo, il consumo dell’Unione europea ha mostrato una tendenza discendente a partire dalla metà degli anni Duemila.
Nell’ultima decade, inoltre, il mercato ha mostrato quanto possa essere vulnerabile agli shock produttivi e ai prezzi. La riduzione dei raccolti nelle campagne caratterizzate da siccità e temperature estreme ha provocato forti tensioni sui listini, con ripercussioni sulla domanda e sulle decisioni di acquisto. Il recupero produttivo del 2024/25, quando il consumo mondiale è risalito a circa 3,215 milioni di tonnellate, con un incremento del 15,3% rispetto alla campagna precedente, ha evidenziato la capacità del mercato di reagire quando l’offerta torna a migliorare.
La nostra analisi deve distinguere tre realtà.
La prima è quella dei Paesi produttori tradizionali, dove l’olio di oliva fa parte della cultura alimentare, ma dove il consumo è esposto alle variazioni dei prezzi, ai cambiamenti degli stili di vita e alla concorrenza di altre categorie alimentari.
La seconda è quella dei Paesi produttori emergenti, dove l’espansione della produzione può contribuire a consolidare la domanda interna e a sviluppare nuove filiere commerciali. Qui occorre evitare che la crescita dell’offerta sia accompagnata da una debole conoscenza del prodotto e da un posizionamento esclusivamente legato al prezzo.
La terza è quella dei Paesi non produttori, dove il potenziale di sviluppo rimane considerevole. In questi mercati il consumatore deve poter conoscere le diverse categorie di olio di oliva, comprenderne le caratteristiche, imparare a utilizzarle in cucina e riconoscere il valore della qualità.
È qui che si gioca una parte decisiva del futuro del settore.
La dinamica dei consumi degli oli di semi presenta caratteristiche differenti rispetto all’olio di oliva. La domanda è sostenuta da volumi elevati, da una maggiore standardizzazione degli impieghi e dalla possibilità di sostituire una materia prima con un’altra in funzione dei prezzi relativi, delle disponibilità e delle caratteristiche tecnologiche richieste dall’industria.
La conseguenza per il nostro settore è chiara: non possiamo affrontare una domanda mondiale di oli vegetali in espansione limitandoci a difendere le quote di mercato già acquisite.
Dobbiamo aumentare la conoscenza dell’olio di oliva, migliorare l’accessibilità del prodotto, ampliare le occasioni di consumo e comunicare con rigore le sue peculiarità. Dobbiamo far comprendere che la scelta dell’olio non riguarda soltanto il prezzo al litro, ma anche il profilo sensoriale, la composizione, l’origine, la qualità e l’esperienza alimentare.
Il nostro obiettivo non deve essere delegittimare gli altri oli vegetali. Deve essere valorizzare, con dati scientifici e informazioni trasparenti, ciò che distingue l’olio di oliva.
I giovani e il futuro dei consumi: investire nella conoscenza
Se vogliamo che il mercato dell’olio di oliva continui a crescere nei prossimi decenni, dobbiamo rivolgerci con particolare attenzione alle nuove generazioni.
I giovani non sono soltanto i consumatori di domani. Sono già oggi una componente fondamentale della trasformazione dei mercati alimentari. Le loro scelte sono influenzate dalla sensibilità ambientale, dall’attenzione alla salute, dalla ricerca di autenticità, dalla disponibilità economica e dalla capacità di riconoscere il valore dei prodotti.
Non possiamo dare per scontato che le nuove generazioni conoscano l’olio di oliva, sappiano distinguere le diverse categorie commerciali o comprendano le caratteristiche che differenziano un olio extravergine di qualità da un prodotto di altra categoria.
Occorre spiegare che l’olio extravergine di oliva è il risultato di una materia prima agricola, di una raccolta appropriata, di processi di estrazione correttamente condotti e di un insieme di caratteristiche chimiche e sensoriali che devono essere preservate lungo tutta la filiera.
Dobbiamo rendere comprensibile il significato del fruttato, dell’amaro e del piccante, aiutando i consumatori a riconoscere queste caratteristiche come espressioni positive di determinati profili sensoriali, quando appropriate e correttamente bilanciate.
L’educazione alimentare deve diventare una componente strutturale della nostra politica di promozione.
Propongo che il COI rafforzi le iniziative rivolte alle scuole, alle università, agli istituti di formazione alberghiera, ai giovani chef e ai professionisti della nutrizione. Dobbiamo sostenere programmi internazionali di educazione al gusto, strumenti digitali accessibili e campagne che traducano la complessità scientifica in informazioni semplici, verificabili e comprensibili.
Dobbiamo anche utilizzare il linguaggio delle nuove generazioni: non per semplificare il prodotto fino a snaturarlo, ma per renderne comprensibili le caratteristiche.
La nostra strategia deve quindi tenere insieme tre obiettivi: educazione, accessibilità e qualità.
La crescita dei consumi non deve essere ottenuta sacrificando il valore dell’olio, ma facendo in modo che un numero sempre maggiore di persone possa conoscerlo, apprezzarlo e inserirlo consapevolmente nelle proprie abitudini alimentari.
Preservare l’eccellenza senza fermare la scienza
La qualità è il principale capitale strategico del settore oleicolo. Per questo, il tema degli standard internazionali merita una particolare attenzione.
Il COI ha costruito nel tempo un sistema di norme, metodi analitici e procedure di valutazione che contribuisce a garantire l’autenticità degli oli, a tutelare i consumatori e a facilitare gli scambi internazionali.
Questo patrimonio non deve essere indebolito.
L’eccellenza deve rimanere un requisito concreto, verificabile e riconoscibile. La categoria dell’olio extravergine deve conservare un significato preciso, fondato su criteri chimici, di purezza e di valutazione organolettica.
Tuttavia, difendere gli standard non significa considerarli immutabili.
Negli ultimi decenni, la ricerca ha ampliato considerevolmente le conoscenze sulla composizione degli oli di oliva. Allo stesso tempo, il cambiamento climatico sta modificando le condizioni nelle quali le olive crescono, maturano e accumulano i loro componenti.
A questo si aggiunge un cambiamento geografico: la coltivazione dell’olivo si sta sviluppando in nuove aree, comprese regioni nelle quali le condizioni pedoclimatiche e la storia olivicola sono differenti da quelle dei bacini mediterranei tradizionali.
È un fenomeno che dobbiamo considerare con attenzione. L’espansione geografica può contribuire a diversificare l’offerta mondiale e ad aumentare la resilienza del settore, ma pone anche nuove domande scientifiche e regolamentari.
La nostra posizione deve essere chiara: non dobbiamo abbassare gli standard per adattarli ai nuovi problemi; dobbiamo migliorare la conoscenza scientifica per applicare standard rigorosi in modo corretto, coerente e fondato sulle evidenze.
Questo principio è particolarmente importante per alcuni parametri di purezza.
Steroli e campesterolo: distinguere l’anomalia dalla non conformità
La composizione sterolica rappresenta uno degli strumenti utilizzati per verificare l’identità e la purezza degli oli di oliva.
Gli steroli sono componenti naturali della frazione insaponificabile e il loro profilo contribuisce a caratterizzare l’olio. La loro composizione può variare in funzione della varietà, delle condizioni di coltivazione e di altri fattori biologici e ambientali.
Il campesterolo è particolarmente rilevante perché un suo contenuto elevato rispetto ai limiti normativi può determinare una non conformità, ma può anche richiedere un approfondimento quando si presenta in oli autentici caratterizzati da una composizione peculiare.
Non possiamo ignorare questa complessità. Dobbiamo però evitare un errore opposto: trasformare la variabilità naturale in una giustificazione automatica per derogare ai requisiti di purezza.
Il COI ha già affrontato questo problema attraverso studi sulla composizione degli oli con parametri non conformi e attraverso l’elaborazione di criteri interpretativi, compresi gli alberi decisionali relativi al campesterolo, sviluppati nel dialogo con il Codex Alimentarius.
Questa esperienza ci indica la strada da seguire.
Dobbiamo ampliare la raccolta di dati provenienti da differenti aree olivicole, assicurare una rappresentazione adeguata delle cultivar e delle condizioni climatiche e migliorare la comparabilità dei risultati analitici.
Quando una non conformità riguarda un parametro come il campesterolo, è necessario distinguere tra le diverse possibili spiegazioni attraverso un insieme di indicatori, verifiche e approfondimenti scientifici. Nessun singolo risultato dovrebbe essere interpretato al di fuori del proprio contesto analitico e normativo.
Il principio è quello di un controllo più intelligente, non di un controllo meno rigoroso.
Etil esteri: qualità della materia prima e tutela della categoria
Un secondo esempio è rappresentato dagli esteri etilici degli acidi grassi.
Questi composti sono rilevanti nell’ambito della valutazione qualitativa degli oli vergini e possono fornire indicazioni utili sulle condizioni della materia prima e sui processi che precedono l’estrazione, in particolare in relazione alla degradazione delle olive e alle attività fermentative.
Anche in questo caso, il nostro compito è rafforzare la capacità diagnostica dei metodi, armonizzare le procedure di laboratorio e garantire che i limiti siano applicati sulla base di conoscenze scientifiche aggiornate.
Il COI dispone di una competenza riconosciuta in questo campo. La sua attività comprende metodi specifici per la determinazione degli esteri etilici e programmi di studio dedicati all’evoluzione degli standard.
Dobbiamo continuare su questa strada, sostenendo la ricerca, il confronto tra laboratori e la verifica periodica dell’adeguatezza dei metodi.
L’eccellenza non si protegge ignorando i problemi. Si protegge affrontandoli con strumenti migliori.
L’Unione europea: un ruolo centrale nella produzione mondiale
In questo scenario, l’Unione europea conserva una responsabilità fondamentale.
I dati del COI mostrano che, negli ultimi dieci anni, la produzione europea ha rappresentato una quota molto rilevante dell’offerta mondiale, pur con oscillazioni considerevoli tra una campagna e l’altra.
Nelle campagne 2020/21 e 2021/22, la produzione dell’Unione europea ha raggiunto rispettivamente circa 2,05 e 2,27 milioni di tonnellate, su una produzione mondiale di circa 3,02 e 3,42 milioni. Nella campagna 2022/23, la contrazione dei raccolti europei ha portato la produzione dell’Unione a circa 1,39 milioni di tonnellate, su un totale mondiale di 2,76 milioni.
Nel 2023/24, la produzione europea è stata di circa 1,55 milioni di tonnellate, mentre il totale mondiale è sceso a 2,59 milioni. Nella campagna 2024/25, secondo i dati provvisori del COI, la produzione dell’Unione europea è risalita a circa 2,11 milioni di tonnellate, a fronte di una produzione mondiale di circa 3,57 milioni.
Queste cifre mostrano due fenomeni contemporanei.
Il primo è la persistente centralità dell’Unione europea, che rimane il principale polo produttivo del settore oleicolo mondiale.
Il secondo è la crescente importanza delle produzioni al di fuori dell’Unione, che contribuiscono a diversificare l’offerta e a modificare gli equilibri geografici del comparto.
Nel quadro del commercio internazionale monitorato dal COI, gli Stati Uniti rappresentano circa il 35% delle importazioni considerate nei principali mercati, l’Unione europea il 17%, il Brasile l’8%, il Giappone il 6%, il Canada il 5%, la Cina il 4% e l’Australia il 3%.
L’Europa non può quindi limitarsi a rivendicare il proprio ruolo storico. Deve esercitarlo attraverso investimenti nella ricerca, nella sostenibilità, nella qualità, nell’innovazione e nella cooperazione con gli altri Paesi produttori.
Il suo patrimonio di competenze scientifiche, tecnologiche e regolamentari costituisce una risorsa per l’intero settore mondiale. Ma tale patrimonio deve tradursi in una capacità concreta di collaborare, ascoltare e costruire soluzioni condivise.
È importante ricordare che il COI non deve essere considerato lo strumento di una singola area geografica. È un organismo internazionale nel quale le diverse realtà produttive devono poter contribuire alla definizione delle regole comuni.
L’Unione europea ha dunque una responsabilità particolare: sostenere un sistema internazionale credibile, contribuire alla qualità della ricerca e riconoscere il valore di un organismo che permette di affrontare questioni tecniche e commerciali attraverso il confronto multilaterale.
Il COI come organismo internazionale di mediazione e cooperazione
Signore e Signori,
desidero concludere con una riflessione sul ruolo istituzionale del Consiglio oleicolo internazionale.
In un mercato globale, le differenze tra sistemi produttivi, standard nazionali, metodi analitici e interpretazioni regolamentari possono generare controversie. Quando queste differenze non vengono affrontate attraverso il dialogo, rischiano di tradursi in ostacoli agli scambi, in incertezza per gli operatori e in una perdita di fiducia da parte dei consumatori.
È precisamente in questo spazio che il COI può e deve svolgere una funzione ancora più incisiva.
Il Consiglio dispone di una rete internazionale di esperti, laboratori, gruppi di lavoro e competenze tecniche. Ha maturato un’esperienza significativa nell’armonizzazione dei metodi, nella definizione degli standard e nel confronto con il Codex Alimentarius.
Questa capacità deve essere valorizzata anche come strumento di prevenzione e composizione delle controversie tecniche e commerciali.
Propongo che si rafforzi il ruolo del COI come sede internazionale di dialogo, consultazione scientifica e mediazione tecnica, nel rispetto delle competenze delle autorità nazionali e degli obblighi internazionali applicabili.
Il Consiglio può contribuire a chiarire divergenze interpretative, promuovere confronti tra laboratori, sostenere procedure condivise di verifica e facilitare il dialogo tra Paesi quando emergono contestazioni sulla qualità, sulla classificazione o sull’autenticità degli oli.
Non si tratta di sostituire le autorità competenti né di attribuire al COI poteri che il suo quadro giuridico non prevede. Si tratta di utilizzare pienamente le sue competenze per evitare che le controversie tecniche diventino conflitti commerciali difficili da risolvere.
Per questo rivolgo alla Commissione europea un appello istituzionale: scommettere sul COI come organismo internazionale di riferimento per il dialogo, la convergenza scientifica e la mediazione tecnica nel settore oleicolo.
Significa rafforzare il multilateralismo in un settore nel quale la cooperazione è una condizione concreta per la crescita economica e per la tutela dei consumatori.
Una visione condivisa per il futuro
Assumere la presidenza del Comitato Consultivo del COI significa accettare una responsabilità che supera i confini di ogni singolo Paese.
Dobbiamo proteggere l’autenticità dell’olio di oliva, sostenere la ricerca, favorire l’adattamento climatico, promuovere una concorrenza leale e ampliare la conoscenza del prodotto nei mercati internazionali.
Dobbiamo aiutare i giovani a riconoscere il valore dell’olio di oliva e a comprenderne le caratteristiche. Dobbiamo lavorare affinché il prezzo non sia l’unico criterio di scelta e affinché la qualità sia sempre dimostrabile, comunicabile e riconoscibile.
Dobbiamo preservare gli standard senza rinunciare al progresso scientifico, affrontare le nuove condizioni agronomiche senza compromettere le garanzie di autenticità e accompagnare l’espansione geografica dell’olivicoltura attraverso regole comuni.
Dobbiamo inoltre riconoscere che il futuro del settore non sarà determinato soltanto dalla quantità di olio che saremo in grado di produrre, ma dalla capacità di creare valore, conquistare la fiducia dei consumatori e costruire relazioni commerciali equilibrate.
Il COI deve essere il luogo nel quale queste priorità trovano una sintesi internazionale.
La nostra ambizione non deve essere semplicemente conservare ciò che abbiamo ereditato. Deve essere rendere il settore oleicolo più forte, più resiliente, più trasparente e più aperto al mondo.
Con questo spirito assumo la presidenza e rivolgo a tutti i Paesi membri, alle istituzioni europee, alla comunità scientifica e agli operatori del settore un invito alla collaborazione.
Lavoriamo insieme affinché l’olio di oliva continui a rappresentare un’eccellenza riconosciuta, un patrimonio agricolo e culturale condiviso e una risorsa capace di generare valore per le generazioni future.
La qualità è la nostra identità. La scienza è il nostro strumento. La cooperazione internazionale è la nostra forza.
Vi ringrazio.





