10 ottobre – Teatro Garbatella di Roma, Gennaro Sicolo, presidente di Italia Olivicola, protagonista al talk di “Una questione di qualità” durante la Manifestival 2026.

Olivicoltura, il valore sociale di un patrimonio che non può essere lasciato morire

Dalla difesa del territorio alla vita delle comunità rurali, la piccola proprietà e l’olivicoltura familiare rappresentano un presidio economico, ambientale e sociale. Ma il crollo delle quotazioni dell’olio e le distorsioni del mercato rischiano oggi di accelerare l’abbandono. Sicolo: “Serve una nuova stagione di cooperazione, aggregazione e responsabilità lungo tutta la filiera”

L’olivicoltura italiana non è soltanto una voce della produzione agricola nazionale. È una forma di presidio del territorio, una infrastruttura verde che attraversa colline, aree interne, campagne periurbane e piccoli comuni, mantenendo vivo un paesaggio che altrimenti rischierebbe di essere progressivamente abbandonato. È economia, ma anche cultura, identità, socialità e capacità delle comunità rurali di continuare a vivere e a riconoscersi nei propri territori. La dimensione media della proprietà olivicola italiana è ridotta e proprio per questo il rischio di abbandono è particolarmente elevato. Italia Olivicola ha già evidenziato la presenza di centinaia di migliaia di ettari in condizioni di abbandono o di semplice mantenimento, in un patrimonio nazionale che conta circa 1,1 milioni di ettari di oliveto.

“Quando parliamo di olivicoltura dobbiamo smettere di ragionare esclusivamente in termini di tonnellate, quotazioni e fatturato – sottolinea Gennaro Sicolo, presidente di Italia Olivicola e vicepresidente nazionale di Cia-Agricoltori Italiani – perché dietro ogni oliveto c’è una famiglia, c’è un territorio, c’è una comunità. L’olivicoltore non produce soltanto olio: mantiene il paesaggio, conserva la fertilità e la funzionalità del territorio, contribuisce alla prevenzione del degrado e dell’abbandono e tiene vive aree rurali che senza agricoltura rischiano di perdere servizi, attività economiche e popolazione”. L’olivicoltura contribuisce all’animazione sociale delle campagne. Nei piccoli comuni la stagione della raccolta rappresenta ancora un momento di incontro, collaborazione e partecipazione familiare. Il frantoio diventa luogo di relazione, confronto e scambio. La campagna non è soltanto uno spazio produttivo, ma un ambiente nel quale si costruiscono relazioni e si conserva una memoria collettiva. “Difendere l’olivicoltura familiare significa difendere una parte dell’identità rurale italiana – continua Sicolo –. Non possiamo accettare che migliaia di piccoli olivicoltori siano costretti ad abbandonare perché il mercato non riconosce il valore del loro lavoro. Un oliveto abbandonato oggi è un problema economico e sociale domani”. Il tema diventa ancora più urgente alla luce dell’attuale situazione di mercato.

Nell’ultimo anno il mercato dell’olio extravergine di oliva ha registrato una forte riduzione delle quotazioni. Secondo i dati richiamati da Cia nel luglio 2026, il prezzo medio nazionale dell’EVO italiano è sceso a 5,77 euro/kg, rispetto ai 9,60 euro/kg di un anno prima. Parallelamente, le giacenze nazionali sono arrivate a circa 112 mila tonnellate, contro le 45 mila tonnellate registrate nel giugno 2025. A complicare ulteriormente uno scenario già fragile vi sono le dinamiche finanziarie e commerciali internazionali. Il caso Bioliva, un crack da 200 milioni di euro in Tunisia che si è diffuso poi in Europa, ha rappresentato un campanello d’allarme particolarmente significativo. “Il caso Bioliva dimostra quanto sia pericoloso lasciare il mercato dell’olio d’oliva esposto a dinamiche finanziarie e speculative che possono avere conseguenze sull’intera filiera – afferma Sicolo –. Non possiamo confondere le normali dinamiche della concorrenza con operazioni finanziarie o commerciali capaci di alterare profondamente le condizioni di mercato. Quando il prezzo dell’olio viene trascinato verso il basso da dinamiche che non riflettono i fondamentali della produzione, a pagare il conto sono innanzitutto gli agricoltori”. È dunque necessario rafforzare la trasparenza dei flussi commerciali, la tracciabilità, i controlli e la capacità della filiera di conoscere e governare i propri mercati. Dunque la cooperazione.  Italia Olivicola rappresenta oltre 250 mila soci, distribuiti in 15 Regioni italiane e organizzati attraverso 56 Organizzazioni di produttori. Una rete che dimostra concretamente come la piccola proprietà possa diventare una forza economica quando si aggrega e costruisce strumenti comuni. “Abbiamo bisogno di una nuova stagione – conclude Sicolo – nella quale produzione, cooperazione, istituzioni, industria e distribuzione assumano ciascuno le proprie responsabilità. L’olio italiano non può essere difeso soltanto quando arriva sugli scaffali. Deve essere difeso a partire dall’oliveto, perché senza olivicoltori, senza famiglie agricole e senza territori vivi non esiste futuro per l’olio italiano”.